Come il profumo a Radio Radicale

Intervista rilasciata a Radio Radicale il 28 novembre 2017
Un grazie di cuore a Massimiliano Coccia, per la magistrale conduzione.

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Emma Saponaro: Sopportare per sopravviere

Intervista rilasciata a Convenzionali
Ringrazio, in particolare, Gabriele Ottaviani.

INTERVISTA

di Gabriele Ottaviani

Convenzionali ha il grande piacere di intervistare Emma Saponaro, autrice di Come il profumo.

Da dove nasce questo romanzo?

Come il profumo nasce in un momento della mia vita molto intenso sotto l’aspetto sia emotivo che affettivo. Non ho fatto altro che travasare alcuni miei stati d’animo sulle pagine di un quadernone, vestendoli di abiti diversi e inventando storie. Poi mi sono fatta prendere la mano, vittima io stessa di altre emozioni suscitate dagli stessi personaggi che avevo creato. Per trasmettere emozioni al lettore, se le si vuole trasmettere, io credo che non ci si possa limitare alle parole, alle descrizioni, ma sia necessario ricorrere ai fatti, alle storie. Creare la giusta atmosfera per accendere la commozione o la rabbia, o comunque la curiosità, e il desiderio di voltare un’altra pagina ancora. Se è accaduto per me spero che accada anche con chi mi leggerà. Tornando allo specifico della domanda, posso dire che l’idea guida che mi ha ispirato fin dall’inizio è stata lo studio attento della persona, delle sue potenzialità che si scontrano con le vicissitudini della vita. Ho intrecciato vite diverse e mi ci sono addentrata, immedesimandomi a tal punto da comprendere anche l’ingiustificabile: dovevo! In fondo il mio è un romanzo sul coraggio, sull’esortazione al cambiamento, è una insurrezione contro l’accettazione passiva di un fantomatico “destino”. È anche la raffigurazione del conflitto tra un fato avverso, un ambiente tossico, una famiglia criminale, un background angoscioso, da una parte, e la non-accettazione di ciò che il fato vorrebbe imporre. Forse non ce ne accorgiamo, ma tutti abbiamo la possibilità di scegliere, tutti abbiamo la possibilità di appropriarci di una vita diversa, una vita migliore.

Chi è Cecilia?

Cecilia, Cecilia… Quanto mi ha fatto penare, Cecilia. Sai che prima di darle questo nome l’avevo chiamata Rebecca e poi Giulia e poi non so come altro ancora? Nulla, lei non rispondeva. Poi nel cuore di una notte mi svegliai all’improvviso e gridai: “Cecilia!”. E Cecilia fu. Solo per dire come il protagonista di un romanzo sia molto importante per il suo autore, che un po’, in un certo senso, gli è genitore. Genitore di un personaggio che spesso si materializza nei suoi pensieri. Così è importante il suo nome, come lo è il carattere, il comportamento, l’educazione, com’è vestito. Credo che noi scrittori siamo un po’ tutti Geppetto con il suo Pinocchio: diamo forma umana a ciò che è irreale, immaginario, e che poi può sfuggirci di mano, può disobbedirci, combinarne di tutti i colori, ma nonostante ciò ne saremo sempre fieri. Cecilia è una donna che si ribella all’invadenza della famiglia e lotta per la sua indipendenza, pur rinunciando alle sue stesse aspirazioni come una laurea ormai prossima e una carriera da psicologa. Tuttavia, questa battaglia dovrà apparirle come un nonnulla, rispetto a quello che la attenderà una volta diventata madre. In definitiva, Cecilia è una figlia ribelle, un’amante fragile, una donna romantica e una madre coraggiosa. Basta, di più non farmi dire.

Chi è Leila?

Leila è una bambina spigliata, sensibile e con un coraggio che saprà dimostrare, malgrado gli inevitabili momenti di tristezza e di sconforto, nel momento in cui si troverà ad affrontare una vicenda tragica. Vedi? Anche i bambini sanno essere coraggiosi. Leila è una bambina cresciuta nell’amore incondizionato di una famiglia monogenitoriale, il che va sottolineato perché le circostanze la porteranno a rapportarsi in modo intenso con una coetanea, ne nascerà un confronto e da questo la dimostrazione che il “due è meglio di uno” a volte non funziona.

 

Cosa significa essere genitori?

Si diventa genitori all’improvviso e benché si sia avuto il tempo di informarsi, confrontarsi, progettare, fantasticare, quando nasce tua figlia o tuo figlio ti accorgi che è tutto completamente diverso da come lo immaginavi. La prospettiva cambia: sei passato dallo stato di figlio a quello di genitore. Un bel salto, direi. Con la nascita, si dovrà trovare un nuovo assetto familiare, sia per salvaguardare la relazione di coppia che per includere il figlio nel rapporto di amore. Essere genitori significa acquisire un nuovo ruolo, più responsabile, più generoso. È necessario rendersi sempre disponibili per la crescita sana del proprio figlio, che quanto più è piccolo tanto più dipenderà fisicamente e psichicamente dalle cure e dalla vicinanza dei suoi genitori. È la fase dell’attaccamento, indispensabile ai fini di una crescita sana. Man mano che il bambino cresce, assumerà maggiore importanza la sua relazione con le figure genitoriali per la costruzione del proprio Io e quindi della propria identità. Per l’importanza del loro ruolo, quindi, non è affatto semplice essere genitori, o almeno, genitori consapevoli e responsabili. Se poi parliamo di famiglia monogenitoriale, come nel caso di Cecilia, i problemi raddoppiano. Non si possono condividere le preoccupazioni e le gioie, né le aspettative e le decisioni da assumere per il proprio figlio. Si è soli. Dimmi che non sono stata noiosa…

Assolutamente no, tutt’altro. Come si elabora una perdita?

Questa è una domanda impegnativa, molto impegnativa. Ma rispondo lo stesso, anche perché ho dovuto rispolverare i miei studi durante la stesura del romanzo, posto che una parte di questi era incentrata proprio sul concetto di perdita. Se si parla di perdita come separazione, come fine di una storia d’amore, l’elaborazione inizia con la negazione, ossia con il rifiuto del nuovo stato. Chi è quel masochista che gioisce se viene mollato, magari via WhatsApp? Bauman docet… Ci piomba il mondo addosso. Nulla più ci interessa, nulla più ha un senso e siamo presi dall’angoscia. Tranquilli, dopo qualche giorno ci accorgiamo che la vita sta andando avanti lo stesso, e quel senso che ci sembrava di non trovare più in niente e in nessuno dobbiamo recuperarlo altrove, per restituirlo a noi stessi (se volete ancora continuare a piangere, fermatevi su questo punto per qualche altro giorno). Quando si scopre che il mondo sta andando avanti anche senza di noi, è il momento della rabbia. Ci sentiamo forti, pieni di energia. Ma non c’è da illudersi troppo. Deve passare altro tempo per poter riscoprire la gioia, sentirsi veramente, se non proprio forti, almeno in forma. È negativa, infatti, questa energia interiore che ci fa sentire forti come un leone, sì, è negativa, perché nasce dal senso dell’abbandono, perché quel leone è un leone offeso. Quindi, alla larga dalla rabbia, da questa rabbia. Continuiamo a pensare al passato, alle nostre scelte, ai nostri comportamenti, e ci affligge un dubbio: se avessimo agito diversamente, la nostra storia si sarebbe salvata? Ecco, sta per innescarsi il meccanismo dell’auto-denigrazione: non è proprio il caso di colpevolizzare sé stessi. Attenzione! Si corre il rischio di avvilupparsi totalmente, di rimanere ancorati al passato. Finalmente, così, arriva il momento del dolore. Non c’è da averne timore: il dolore non guarisce ma depura, disintossica. Non si deve mai dimenticare che, per elaborare il lutto, non c’è bisogno di evitare i posti frequentati insieme, né di allontanare i ricordi della persona perduta; il dolore in questi frangenti fa bene e aiuta a riflettere, ad elaborare. Smettere di piangere e guardare il punto in cui ci si trova: si è davanti a un bivio. Bisogna solo scegliere se continuare a soffrire per la perdita oppure tornare a vivere, anche meglio di prima, con la convinzione di essere fantastici e di poter bastare a sé stessi. L’accettazione del nuovo stato è il traguardo naturale. Ci si arriva quando si riesce a comprendere che noi e solo noi siamo l’unica persona indispensabile per noi stessi, a riconoscere dentro di sé le giuste risorse per poter ricominciare. E ricominciare, cioè mettersi nella condizione di poter vivere nuove esperienze e intraprendere conoscenze nuove che man mano prenderanno il posto di quelle finite, con il loro carico di dolore. Altra storia è l’elaborazione della perdita di un figlio, qui non è davvero il caso di ironizzare. I passaggi sono sempre gli stessi: dallo stordimento e l’incredulità, alla rabbia, al dolore e infine alla fatale accettazione della perdita; una perdita del genere, però, è innaturale, e inaccettabile da vivere. L’istinto iniziale di rifugiarsi nella propria sofferenza fisica e psicologica, in questo caso, è più invadente, al punto di potersi trasformare in una chiusura psichica totale, accompagnata dal desiderio di non sopravvivere o comunque dalla convinzione di non farcela. È facile cadere in disturbi che ostacolano l’elaborazione del lutto, come la depressione, una scarsa cura verso sé stessi e gli altri, l’insonnia, l’inappetenza. Qui non si tratta di accettare, perché la perdita di un figlio non è accettabile. L’obiettivo massimo non può essere che quello di riuscire a sopportarla, per tornare a vivere.

Come il profumo

Da oggi “Come il profumo” sarà in libreria

La vicenda è ambientata a Roma e si snoda attraverso la voce narrante di Cecilia – donna sulla quarantina, colta e spigliata – che troviamo intenta a preparare gli scatoloni per traslocare. Decisa ormai ad abbandonare una vita che non le appartiene più, inscatola anche i ricordi e ce li racconta.
Tutto inizia nove anni prima, quando un incontro fortuito con uno straniero si rivela determinante per il suo futuro, rendendola madre. La vita di Cecilia sembra procedere serenamente, fino a quando subisce una svolta traumatica: sua figlia Leila, ormai di otto anni, improvvisamente scompare.
Le indagini della polizia individuano il mandante del rapimento, un boss della ‘ndrangheta calabrese. Da questo momento la storia subisce un’accelerata, un rapido susseguirsi di eventi apparentemente inspiegabili e colpi di scena.
Le verità svelate saranno drammatiche eppure risolutive per la vita di alcuni protagonisti; per altri, invece, la loro sorte é già segnata.

Che dite, può andare?

COME IL PROFUMO _COVER (1)

Fantocci al lavoro

La prima esperienza lavorativa di Alice fu la spudorata dimostrazione che il mondo fuori dal suo guscio familiare ruotava all’inverso. La copriva con un velo di infelicità, che si slacciava al vento dopo la timbratura delle 18:00.
Nel grande ufficio amministrativo, erano impiegate 100 persone: 95 uomini e 5 donne. Alice e Simona erano le uniche a non rientrare nel computo dell’organico aziendale in quanto lavoravano in nero. Erano due. Erano donne. Erano giovani.
La ragioniera Bianchi e la dottoressa Rossi venivano chiamate signora; il signor Sissignore e il geometra Leccapiedi venivano chiamati dottore. Forse per valorizzare la licenza elementare del commendatore, e dare un senso alle riverenze ricevute al suo passaggio. Ma era il grande capo e in quei sistemi funzionava così, alla Fantozzi. L’epoca era quella, e Fantozzi andava alla grande, nella finzione e nella realtà.
Alice stava mettendo su casa, e pur di mantenersi il posto ingurgitava bocconi amari, fatti di situazioni al limite del ridicolo. Lavorava con diligenza, tacendo l’insofferenza. Osservava quei fantocci in giacca e cravatta e a volte sperava che un colpo di strega li colpisse in uno dei tanti inchini. Sorrideva pensando a quei poveracci che abboccavano come pesci alle promesse del commenda e non si lasciavano sfuggire l’occasione per improvvisarsi spie e tradire i colleghi.
Il direttore di Alice, del Nord, era un omone con la faccia quadrata e le lenti spesse come fondi di bottiglia. Sempre sorridente e pacifico. Una sera, terminato un colloquio che lei stessa aveva fissato, lo sentì sbraitare parole incomprensibili, forse in dialetto. In un lampo si ritrovò davanti alla porta della sua stanza.
«Cosa succede, direttore?», chiese sentendo il sangue defluire dalla sua faccia.
«Mi ha fatto perdere due ore di tempo.»
«Non capisco… Me lo ha detto lei di accettare l’appuntamento con l’architetto Biasi.»
«Ma è una donna, e lei lo doveva specificarlo.»
«Non potevo mica dire l’architetta!?»
Il direttore si infuriò ancora di più. Alice invece si impietosì, pensando a quanto anche il suo direttore fosse vittima di quel sistema così scorretto. Ma lui aggiunse: «Dobbiamo lavorare con professionisti, non con donne!», e a lei salì una rabbia che soffocò a malapena.
Pochi giorni e la notizia si divulgò, giungendo alle orecchie del grande capo. Alice aveva intuito di aver commesso un imperdonabile errore. Per loro, ma non per lei.
Incassato il colpo, si liberò di quei lacci che la intrappolavano in un difficile equilibrio. Sopportare per giungere all’assunzione. Rimandare scelte importanti per non sconvolgere la serenità del commenda. Aspettare.
Bussò alla porta del direttore del personale, annunciò il suo imminente matrimonio, salutò con educazione, tornò nel suo ufficio ed aspettò. Aspettò un evento facile, prevedibile, scontato. Aspettò.
Dopo una settimana, Alice fu licenziata. Si sentì libera, e quei fantocci non li incontrò più.
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Una serata un po’ così…

Un sabato sera come tanti altri, uno o due impegni da decidere. L’irrequietezza poi si impone e allora decidi di mettere a riposo anche quei due neuroni indaffarati per farti prendere una decisione e tranquillizzarti. Stasera, niente. E proprio mentre torni a casa, pregustando una cenetta semplice, senza alcol né sigarette e magari in compagnia di un buon libro, incontri un amico che ti saluta con slancio e ti invita ad andare con lui, a una cenetta intima tra vecchi amici al centro. Intima? E io che c’entro? Dico di sì. E non so perché.
Il tempo di mettere un velo di rossetto e cambiare maglia e ci ritroviamo giù.
Il ristorante mi riporta a trenta anni fa, quando al suo posto c’era il buiaccaro e mangiavamo olive e lingua in salsa verde con un bicchiere di vino acidulo che solo i giovani possono digerire. I suoi amici sono libri interessanti, ognuno con una storia da scoprire. È proprio quando inizi a sfogliare le loro vite che scopri che quei passi forse già li hai letti, immaginati, sognati, e quegli amici del tuo amico un po’, forse, in una magica notte romana, li senti intimi anche tu.
Poi si va a via di Panico, in quel locale storico che loro frequentano da sempre e che tu hai conosciuto da appena qualche mese…
Ciao, anche tu qui?
La conosci?
Sì.
E ti rendi conto che in fondo anche tu sei una abituè.
E i racconti e le storie e gli amici in comune…
E mentre vai via, ed é giá notte fonda, incontri un altro amico che conosce alcuni dei tuoi nuovi amici.
E continui a perderti in questa Roma così immensa e così piccola, così intima e straordinaria…
Dimentichi lo stress metropolitano, lo smog, le targhe alterne, la raccolta differenziata fasulla, i bus che non passano, la decadenza, e ringrazi che stai lì, a godertela.
A volte ti amo, maledetta Roma!

Vacanza romana

UNESTATEAROMAPlacare la spudoratezza, far tacere le grida isteriche, spegnermi, queste erano le priorità, e il sedativo fu la soluzione più immediata. Non avrebbe però domato il fermento, la ribellione contro quegli obblighi divenuti soffocanti come l’afa che si respirava in quei giorni a Roma.
Reagii all’oblio e scappai.
La fluidità del buio e la vaporosità delle gambe sospinsero il mio ardire verso un’alba sintetica, un bagliore al di sotto di una balaustra. Qualche passo e mi ritrovai in vetta a Trinità dei Monti. Meraviglia! Scesi i gradini barcollando come un marinaio reduce da una lunga burrasca. Ispirai gli effluvi dei fiori che cingevano la scalinata. La vista di Piazza di Spagna mi rincuorò. Proseguii per quelle scale molli, che sprofondavano sempre più, fino ad arrivare ai piedi della Barcaccia, dove persi i sensi.
Fui ridestata da una voce maschile dall’accento americano che mi porgeva insistenti domande. Poi, credendomi ubriaca, decise di salvarmi a modo suo. Non scorgendo alcun rischio, allentai le difese e in pochi istanti caddi in un sonno profondo che si protrasse fino all’indomani mattina, quando mi risvegliai a casa sua, non senza impaccio.
La lucidità emersa dalla sedazione non offriva più scusanti.
«Sono fuggita dal collegio. Almeno per un giorno, vorrei vivere come una qualunque ragazza della mia età».
La comprensione e la gentilezza di Joe, questo era il suo nome, mi rassicurarono. In sella al suo scooter, vagammo per la città, visitando il Colosseo, i Fori Imperiali, il Pantheon. Percepivo nel suo sguardo un imbarazzo che via via sfumò. Era meravigliato dalla mia meraviglia. Continuava a scattarmi foto con il suo iPhone per fissare la bellezza del mio stupore, disse. E io non mi sottrassi. Girò anche un video mentre infilavo la mano nella Bocca della Verità, chiedendomi se veramente fossi scappata dal collegio. Avvampai. Poi mentendo risposi sì.
A notte inoltrata mi riaccompagnò verso casa. Per non tradire, dovevo tornare. Pochi istanti e mi persi nel suo sguardo. Sapeva. Aveva capito. Eppure assecondò i miei desideri. In silenzio. Poi mi abbracciò sussurrando: «Tranquilla, le foto non le pubblicherò. Le terrò per me. Posso averti solo così». Lo ringraziai, lo baciai e m’incamminai verso l’ambasciata, trattenendo le lacrime e con un senso di oppressione nel profondo di me.
Ho amato la libertà di quel giorno: passeggiare al mio ritmo, mangiare il gelato tra la gente, sciogliere i capelli al vento.
Ho imparato a vivere, a sorridere, a flirtare.
Ho imparato a raccontarvi tante bugie, perché questa storia è inventata.
Non sono una principessa. E Joe non è Gregory Peck.

by Emma Saponaro

In occasione dell’evento Libri di Notte, pubblicato nell’antologia “Un’estate a Roma”, edito Giulio Perrone Editore

Il quadro della situazione

Complicazione.
Riscossa l’estromissione da quelle stimolanti vertigini passionali, che credevi non finissero mai, ti senti circondare dalle dune dorate di un infinito deserto, e la bocca colma di sabbia pungente. Tutto appare fiacco, smorto, dormiente. Deprimente. Ti appelli ai ricordi, a quei momenti di attesa, a volte sconvolgente, perché sapevi che sarebbe arrivato quel tocco su quelle precise corde, perfette per far vibrare il corpo intero, e quando la scossa si irradiava fino all’apice del capo, svincolavi la pressione di una frenesia lievitante affinché inseguisse bolle di voluttà.
Coraggio.
Il corpo continua a fremere, a reclamare. Non puoi solo appellarti ai ricordi, lo sai bene.
Rimosso ogni pregiudizio, ogni remora, ascolti una supplica che sussurra dal tuo intimo. L’hai sempre ascoltata, l’hai sempre censurata. Ora i tempi sono maturi e il coraggio di liberarla e fargli spiccare il volo si sta schiudendo. L’ossessione si impone al controllo, l’indecenza alla dignità, l’esigenza al pudore. Ti aggrappi solo a quel pensiero, l’unico che potrebbe salvarti da questo sventurato torpore.
Interpretazione.
Ti rianimi al pensiero di vedere il suo corpo nudo, non completamente però. Desideri che il ventre sia coperto da un tutù. Un tutù bianco. Un ampio tutù con morbidi volant a cascata di tulle trasparente, vaporoso. Evanescente. Evanescente la tua testa, la tua ragione, la tua pudicizia. Sei preda dell’urgenza, del tormento nel quale sprofondi arrendevole alla gravità del tuo appetito. Contemplare la sua vita strizzata nella diafana gonna spalanca la porta alla smania scalpitante. Scoprire il suo sesso come se fosse la prima volta sfogliando il suo ventre un velo dopo l’altro aggrava l’ardore, e non passa inosservato. La brama famelica vuole sfrondare il corpo, la carne, dai grossi petali vaporosi.
Risveglio.
Sfumati l’ardito pensiero e la spudorata fantasia, tutto si palesa come è sempre stato. Il suo corpo, il tuo, la scaletta dei preliminari, i movimenti prevedibili, i sussurri scontati, il rapporto carente di mistero, esente da qualsiasi ambiguità. Ti vergogni delle tue fantasie, ti imbarazzi. Guardi un’ultima volta il corpo dell’amante vestito di ridicole immaginazioni, e sorridi e arrossisci. Lui ti chiede, tu non osi. Poi ti fai seria e lo implori di sostituire il Degas appeso sopra il letto con un Kandinsky.

by Emma Saponaro
Per l’antologia I vizi capitali – L’Erudita – Giulio Perrone Editore

7 capitali

 

 

19 marzo 1837 – Piazza della Rotonda

«Nine’, ‘ndo cori!?»
«Daje, sbrighete, ‘a gente core pe’ ariva’ prima.»
«‘Nte preoccupa’, basteno pe’ tutti.»
«Movite che rimangheno quelli fritti nell’olio ‘nzozzato.»
«So’ boni uguali. Fermate, guarda ‘sta bella cchiesa rotonna…»
«È ‘n tempio!»
«Quello che è, annamola a visita’, ‘e frittelle possono aspettà.»
«Er Pantheon sta sempre qua. Mó guarda li fochi, i lanternoni, er profumo che t’acchiappa. Nun c’hai voja de ‘ngozzatte de ‘ste bontà divine?»
«T’aspetto qua, portame tre bigné. ‘Sto capolavoro se vede mejo a panza piena. Potemo prega’ Giuseppe senza confusione, così capisce mejo che c’è ancora tanta gente che nun magna mai.»

di Emma Saponaro

 

roma a tavola in cento parole

"Cancella spesso, se vuoi scrivere cose che siano degne d'essere lette." (Orazio)

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