La guerra di Piero

Avvertenza: questo è un vecchio pezzo, uno sfogo personale, scritto il 13 dicembre 2005, selezionato e pubblicato su Wema (Web Magazine). Ho voluto inserirlo in questo mio nuovo spazio.

Nonno Ernesto, ex giovanetto del ’99, quando parlava della 1a Guerra Mondiale, aveva sempre gli occhi lucidi, sebbene fossero passati settant’anni da quando si trovò di fronte tre fratelli che ebbero il torto di essere austriaci. Me lo ripeteva spesso, come una cantilena. Era ormai ultranovantenne e non aveva mai dimenticato. Diceva: “Ma io l’ho detto al prete che ho ucciso tre austriaci, ma lui mi ha risposto che non è peccato, perché eravamo in guerra”. Già, per il prete forse no, per Dio forse no, ma per lui era un atroce peccato che non si è mai perdonato e che si è portato nella tomba. Non pensava al perché della guerra, a ciò che era giusto o meno, pensava che quei tre ragazzi avevano il diritto come lui di continuare a vivere.
Nonno Giulio era stato anche lui un giovanetto del ’99, ma quando è morto io avevo appena otto anni. Lo ricordo come un uomo molto dolce, simpatico e goloso; molto goloso. Non riusciva a imporsi, anche alle tre di notte, di fronte alla tentazione di quel bell’elettrodomestico bombato con il pedale, ma che “accidenti a lui” – ripeteva sempre – non risparmiava nessuno scricchiolio che inevitabilmente svegliava la figlia con la quale viveva e che accorreva “accidenti a lei” – diceva, sempre lui – per impedirgli di addentare anche solo una semplice mela, neanche fosse la tentazione del diavolo. Poteva Zoppas essere il travestimento del diavolo-serpente? Questo me lo ricordo benissimo e pensavo anche che tutto era causa, non solo del suo diabete, ma della fame nera che aveva sofferto e che in quegli anni non risparmiava quasi nessuno, tanto meno i soldati. Era questo, secondo me, che faceva apparire il frigorifero, e tutto il suo contenuto, come l’oggetto del desiderio.
Questo è uno dei ricordi che ho di nonno Giulio. Questo e altri, che, con l’aiuto dei racconti di mia madre, la figlia, mi porto dietro custoditi nel cofanetto dei miei ricordi più preziosi.
Riguardo alla guerra, mia madre mi raccontava ciò che nonno ripeteva sempre: si mandava in prima linea chi aveva meno familiari da far piangere.
Una frase, tra le tante, che non dimenticherò mai, riguardava l’aver ricevuto una medaglia che voleva essere un premio, ma che imprimeva, nel cuore e nella memoria del soldato, uno dei tanti eventi che la bruttura della guerra regala inevitabilmente e indiscriminatamente. La frase era questa: “Ma quali eroi!!! Correvamo disperati contro quelli che ci dicevano essere nostri nemici, ma in quel momento vedevamo solo ragazzi come noi, e continuavamo a correre e pensare se fosse giusto o no, e correvamo, con il sudore che ci scivolava lungo la schiena e le feci che imbottivano le nostre braghe! Altro che eroismo, era paura, paura vera!!!”.
Ieri ho visto i filmati amatoriali, girati da soldati italiani a Nassiriya. Ho sentito tante frasi. “Annichiliscilo” era la più ricorrente. E poi: “Finiscilo, ancora si muove”, “Bravo, lo hai ammazzato”. Esultazioni o esaltazioni, mah, come: “Wow”, “Bravissimo, Paolo”.
Probabilmente è normale che un soldato si comporti così in guerra, anche se non doveva essere “guerra” ma “azione umanitaria”; probabilmente per vincere la paura, l’uomo diventa gradasso, cinico e…
Non mi stupisco di aver visto azioni di guerra, non penso ci sia ancora qualcuno che creda che i soldati italiani fossero partiti solo per ricostruire strade o portare acqua. Ma non voglio fare polemica. Oggi non mi interessa parlare di questo!
Quello che mi ha impressionato è stato vedere lo stato d’animo di questi soldati che, evidentemente, ben celavano la paura… o, meglio, voglio sperare questo. Quello che ho visto stanotte è stato come assistere ad un video game. Esultavano al bersaglio colpito… che non era mica una lattina di coca cola, no, era una VITA.
Non riesco a continuare, perché reputo sia riduttivo scrivere in poche righe il trambusto di emozioni che stanotte mi hanno tormentato, e facendo riemergere piccole memorie raccontate di una guerra ormai ben troppo lontana.
Ma il concetto l’ho espresso, spero, ed è quello che volevo. Sarà banale, lo so, ma non posso fare a meno di continuare a pensare che la violenza annienta l’uomo e lo priva di tutti i buoni sentimenti. La violenza esalta l’esaltazione, annebbia la ragione e rende l’uomo una delle bestie più cattive e feroci.

(…) e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore (…)

La guerra di Piero – Fabrizio De André

by Emma Saponaro

Foto tratta dal web

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10 pensieri su “La guerra di Piero”

  1. Temo che oggi la guerra sia diventata uno spettacolo, uno spettacolo dato in pasto a un pubblico sempre più morboso e lobotomizzato, incapace di distinguere fra finzione e realtà. Assistiamo alla morte altrui attraverso il tubo catodico, ma ci diciamo che è “altrove”, per cui la lontananza la morte/la guerra ce la pensare come fiction. I giornali poi fanno di tutto per proporre la guerra come una sorta di spettacolo. La morte altrui non ci spaventa e questa consapevolezza dovrebbe farci comprendere quanto poco di umano è rimasto in noi. Ci preoccupiamo solamente per la nostra pelle.

    Ai tempi di tuo nonno i media non avevano ancora spettacolarizzato la guerra, credo bene che il soldato avesse ancora una coscienza e che se la facesse nelle braghe. Oggi i soldati sono perlopiù dei fascisti impasticcati: e se è vero che cercano di far fronte alla paura oltreché alla guerra, è anche vero, purtroppo, che lo fanno nel modo più sbagliato, calandosi di tutto… le sevizie dei marines sugli ostaggi le abbiamo purtroppo viste tutti. La guerra in Iraq, spacciata per missione di pace, è servita solamente a condannare migliaia di giovani (americani) a morte; o all’annullamento della loro personalità, perché una guerra come quella in Iraq farebbe cagare in mano anche Attila. Nessuno nasce eroe. Nessuno è eroe per aver ammazzato degli uomini. Non lo sono gli americani e gli italiani, non lo sono i musulmani. Vecchia storia: history repeating. Credo che la gente dovrebbe leggere almeno almeno “Addio alle armi”, “Viaggio al termine della notte”, “Arcipelago Gulag”, “Se questo è un uomo”, per comprendere almeno alla lontano l’orrore che è la guerra. La guerra di oggi, prima di uccidere, disumanizza l’uomo, gli strappa dal corpo l’anima, e lo fa con i media e con le droghe.

    La storia si ripete, è vero ed è vero solo in parte: greci e romani avevano spade schudi e lance, il combattimento era un corpo a corpo, era una misura di forza. Era crudele, ieri come oggi non mancavano strupri e orrori del genere, ma perlomeno era un corpo a corpo e l’unica droga era di aver fede negli dèi. In un certo senso la guerra aveva ancora una anima da dannare all’Inferno. Oggi chi fa la guerra non ha una anima da dannare all’Inferno.

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  2. Ehi, noto che ho suscitato una reazione tanto esuberante quanto condivisibile.
    Il pararellismo tra i due tipi di guerra, spettacolarizzata e non, e le incomprensibili conseguenze, volevano esprimere proprio la preoccupazione, se non indignazione, per lo stravolgimento dei valori, sia dello “spettatore” che dell'”attore”. Evidentemente, la spettacolarizzazione viene introiettata passivamente dal soldato che scambia una vita per una lattina di cocacola.
    “Se questo è un uomo” lo inserirei nel programma delle scuole medie.

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  3. Bellissimo post che mi ha ricordato, chissà perchè, quel film stupendo di Monicelli, La Grande Guerra, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman.
    Oreste Jacovacci (Sordi) rivolto alla sentilella:
    “Ma che fai, aoh! prima spari e poi chiedi ‘chi-va-là’?
    La sentinella: “E’ sempre mejo ‘n amico morto che ‘n nemico vivo! Chi siete?”.
    Oreste: “Sémo l’anima de li mortacci tua!”.
    Sentinella: “Allora passate!”.
    Quella guerra, al di là degli immani orrori, indicibili lutti e tragici fatti di sofferenza, è vissuta da UOMINI, che restano profondamente umani, nonostane tutto l’infinito coinvolgente e sconvolgente dolore di tanta gente, di ogni nazione e fronti nemici.
    Nonno Ernesto…come mio mio nonno Antonio, beragliere, sergente maggiore nell’ esercito… quante volte parlava di quella guerra, e sempre ricordava episodi, fatti, avvenimenti che esaltavano l’umanità delle persone, ragazzi e giovani, fortemente provati e impauriti, che esprimevano comunque e sempre umanità, come unica spontanea, naturale istintiva autodifesa verso l’atrocità della guerra.
    Altri tempi, allora. Ma umanità, nonostante le sofferenze indicibili della guerra, era la loro caratteristica.
    Certo, sembra un controsenso parlando di guerre!
    Ma nonno Ernesto ricordava nell’anima per tutta la sua vita i tre fratelli nemici, giovani come lui, umani come lui… e li sentiva magari anche suoi stessi fratelli!
    Umanità… già. Anche nell’assurdità di una guerra!
    Quella Grande Guerra.

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    1. “esprimevano comunque e sempre umanità, come unica spontanea, naturale istintiva autodifesa verso l’atrocità della guerra”.
      Appunto!
      L’umanita e la solidarietà sono ormai annientate da consumismo e immoralità infiniti.

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  4. Mio nonno paterno non ha combattuto la grande guerra, è stato una vittima. E’ morto ed è stato seppellito ad Amburgo, poichè da cancelliere gli si voleva imporre qualcosa che non era della sua natura. E’ morto caricandosi addosso barre di ghiaccio, per volere di una razza con strane idee in testa.
    Credo che qualsiasi guerra, in qualsiasi parte del mondo, è frutto di meri interessi di un gruppo ristretto di persone che vive e sfrutta la pelle di qualcun’altro. Saprofiti, semplici e luridi saprofiti. Questo sono.

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    1. Tuo nonno ha difeso la sua dignità al costo della vita: un prezzo inestimabile (e ingiusto) il cui ricordo, penso, continui ad alimentare speranza e ammirazione.
      Su tutto ciò che hai scritto: nulla da eccepire, sono completamente d’accordo.
      A presto, dolce Carlotta.

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  5. L’amico Pasquale, sociologo, sostiene che se il consumismo, l’edonismo, l’immoralità dilagante hanno il sopravvento sui valori universali di umanità solidale, di rispeto della persona, significa che siamo in una guerra totale, quella dell’egoismo che tutto annienta.
    Non (solo) grandi discorsi o proclami, per verificare la realtà: i rapporti quotidiani diventati impossibili (cattiveria, indifferenza, cinico menefreghismo, maleducazione, arroganza, corruzione, prepotenza, “tu non sai chi sono io!”…) rivelano quanto brutta sia questo tipo di “guerra” che annulla quell’umanesimo che non ricordiamo più di poter e voler vivere.

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    1. Tutto ciò è gravemente triste. Dalle guerre ci si difende e l’importante, secondo il mio modestissimo parere, è rimanere sempre vigili, non abbassare il livello di guardia, continuare a essere come si è e non come si vorrebbe che fossimo.
      Essere generosi in un mondo sommerso dall’egoismo, solidali in una società in cui ognuno pensa a sé, corretti nella corruzione, giusti nell’ingiustizia, è impresa difficile ma giusta e prima o poi – spero – qualcosa cambierà. Se non nutrissi la convinzione di un risveglio dei valori umani, mi lascerei disgregare, e io non voglio perdere!

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  6. Ciao, Emma.
    Una profonda considerazione la tua replica che esprime la volontà di saper e voler affrontare la… battaglia.
    E vincere la difficile “guerra”. (Ri)scoprendo impegno personale nella quotidianità, assieme a tantissimi altri “combattenti”. Che ci sono, e come!, magari sfiduciati, delusi, amareggiati, “feriti” ma sempre pronti alla coerenza e alla credibilità.
    Grazie.
    Un cordiale saluto.

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