Senza tempo

Fu la musica a svegliarlo.
Aprì gli occhi e si guardò intorno sconcertato.
Era sdraiato sul pavimento di un’osteria dalle volte altissime, di pietra, con bottiglie, bottiglie e ancora bottiglie, un clima fresco da cantina, le luci basse. Solo, non ricordava di esserci mai entrato. Anzi. Non ricordava proprio nulla. Il suo passato recente. Il suo passato remoto. Neppure il suo nome.
Niente finestre, in quell’osteria. Solo una scala che portava di sopra.
Si rizzò in piedi. E si sentì raggelare.
C’era un uomo riverso per terra, faccia in giù al centro del locale, in un lago di sangue. Al suo fianco, una bottiglia rotta.
Dietro il bancone una ragazza. Aveva un costume da Wonder Woman, era legata a una sedia e imbavagliata, gli occhi chiusi. Forse dormiva, forse era svenuta, forse era morta.
Dalla radio usciva una canzone di Vasco Rossi. Diceva… Io sono ancora qua, eh già!
In quel momento sentì i passi sulle scale.
Si nascose dietro il drappo di una tenda di velluto verde, che scendeva, polverosa e pesante, fino a toccare il pavimento umido. Circondato dal buio quasi totale, riuscì a posizionarsi tra due pile di casse di birra. Andò a tentoni oltre le casse, ma si rese conto che il suo spazio era finito lì. Oltre, c’era il muro, umido anch’esso. Immobile, tentava di reprimere un affanno doloroso, che quasi gli squarciava il petto. Dove si trovava? Chi aveva ucciso quell’uomo? Chi era quella donna? Tra l’assoluto stordimento, si sentiva sequestrato da se stesso.
Scesero due uomini e dalle loro parole sbiascicate si intuiva che avevano abusato di alcol. A giudicare dalle voci, si trattava di un uomo di mezza età e di un ragazzo.
«Dobbiamo farlo sparire, poi penseremo a lei. Prima, però, un goccetto non guasta» Così dicendo, l’uomo stappò due bottiglie di birra, e ne porse una al suo amico.
«Ma che cazzo s’è messa addosso questa cretina?» chiese il ragazzo con voce spavalda, il cui percettibile tremore tradiva uno stato d’ansia.
«Fai sempre domande. Non hai ancora capito che al capo piacciono certi giochetti erotici?»
«Eh! È bello vedere Wonder Woman legata con la sua stessa corda. In effetti… un pensierino ce lo farei anche io»
«Smettila! La ragazza è proprietà esclusiva del capo, lo sai benissimo. Facciamo presto, prima che riprenda conoscenza»
«Proprietà esclusiva del capo! E questo babbeo, secondo te, chi è?»
«Il fidanzato non conta, lascia perdere. E poi ficcava troppo il naso negli affari degli altri»
«Per un bocconcino così, ce lo ficcherei anche io… il naso»
Si sentiva avvolto sempre più da una sensazione claustrofobica. Più ascoltava quelle parole volgari e più sperava di non appartenere a quella specie di genere umano.
La confusione mentale non accennava a diminuire. Si sentiva in apnea.
«Se l’è cercata. Doveva tenersi alla larga da questa faccenda, come gli era stato già detto»
«Sì, ma squartarlo così, come un vitello…»
«Bevi ragazzo, bevi»
Era finalmente riuscito a rallentare il ritmo cardiaco, procedendo con respiri profondi e silenziosi. Scostata la tenda di velluto di qualche centimetro, potè vedere la ragazza. La sua pelle sembrava porcellana, e i capelli neri seta; erano lunghi e, trattenuti da una coroncina dorata, mostravano il volto della giovane donna. La sua bellezza non comune gli provocò un fremito che lo portò a reagire: sentiva l’istinto di proteggere la ragazza, di certo ostaggio di quel mondo di delinquenti.
La paura aveva ceduto il passo alla rabbia e al coraggio. Doveva fare qualcosa, però si sentiva frenato, bloccato.
«Finisci di pulire, non possiamo toccarlo se non togli tutto questo sangue. Senti, vado a prendere il telo»
Scostò il drappo per guardare la situazione. Vide il ragazzo chinarsi e poi velocemente rovistare nelle tasche della giacca del cadavere. Tirò fuori un portafoglio di cuoio dal quale estrasse tutte le banconote che trasferì nella tasca dei suoi jeans. Poi trovò anche un oggetto che alzò per osservare meglio: era un vecchio orologio da tasca con catena d’oro.
Si sentì trafiggere da un getto d’aria gelida, che in un istante spazzò il caos dalla sua mente. L’orologio si era fermato, ma lui continuava a star lì, a guardare, a patire.
Solo un istante per capire che non c’era più tempo. Uscì fuori dalla tenda, come fa un attore quando saluta per l’ultima volta il suo pubblico. Sentiva il passo leggero, e il gelo si era dissipato. Non sentiva più niente. Una volta avvicinato alla ragazza, la avvolse con un abbraccio impalpabile, sussurrandole: «Ti amo, ti ho sempre amato, Clelia»
Io sono ancora qua, eh già!

Scritto da Emma Saponaro per la terza edizione del concorso Turno di notte indetto dalle Officine Wort. L’incipit, in grassetto, è dello scrittore Gianluca Morozzi.

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9 pensieri riguardo “Senza tempo”

  1. Bel racconto. Certo che gl’hai fatto fare proprio una brutta fine, Wonder Woman o no. A volte gli eroi non sono altro che maschere, proprietà d’un padrone crudele che solo vuole la morte altrui. Molto teatrale l’ambientazione, un po’ sullo stile delle Iene: in questo caso l’eroina, o Wonder Woman che dir si voglia, non è un’àncora di salvezza, bensì la condanna a morte che si erge sui personaggi di questo breve racconto. Molto brava.

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    1. Se dico una cosa è perché la penso veramente. Non mi fosse piaciuto, tranquilla che non avrei esitato a dirlo, a costo di diventarti inviso. Sono famoso anche per farmi dei nemici, proprio così, per dire sempre quel che penso a muso duro, senza girarci intorno.

      Direi che te la sei cavata ottimamente: non è facile stare in 4500 battute e ricavare un racconto da un incipit già dato.

      Tranquilla, ci sto lavorando. E’ dura, schiena e spalle a pezzi, ma ci sto lavorando. Grazie infinite.

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  2. saranno solo 4500 battute 🙂 ma sei riuscita ad attirare la mia attenzione dall’inizio alla fine Trascinante..
    ah sono arrivata qui tramite Beppe
    ciao!
    cinzia

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    1. Piacere di conoscerti, CInzia… Ho avuto modo di leggerti ed apprezzarti da Beppe! ^__^
      Grazie di essere passata da queste parti. Non aggiorno assiduamente come il King Lear, ma se ho l’ispirazione, aggiungo materiale. Spero di incontrarti di nuovo. Buona giornata e grazie!

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  3. Metà fiisico e metà no, questo racconto. Emma, lo si sa, è una signora penna. Notevole la chiusa con quel romantico “abbraccio impalpabile”. Emma ti INVIDIO tale IANNOZZI GIUSEPPE. Un critico senza peli sulla lingua nonostante l’avatar. Hai letto il racconto vincente? (Non male) e il secondo? (nacag***pazzesca). Ps: ti prego di rimuovere i miei duecento commenti fotocopia che Worldpress ha sparato a ogni mio clic. Internet non è fatto per i nevrotici.

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  4. Grazie Alberto.
    Anche a me è piaciuto il primo, ma ho letto solo quello.
    Tu mi invidi Giuseppe Iannozzi, io ti invito a leggere il suo blog… Davvero senza peli sulla lingua, ed è un aiuto prezioso per me (quindi, anche qui, gli sto facendo una sviolinata. Spero apprezzi). Si impara dalle critiche e non dalle lodi, no?
    A proposito, ho letto il tuo “Il triangolo no” (meglio tardi che mai). L’ho trovato crudo, molto. Ma mi ha emozionata e la parte conclusiva è davvero geniale. Bravo. Quando scriviamo un racconto a quattro mani… Ops a tre mani e mezzo, visto che dovrò portare il tutore fino all’intervento!

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  5. Basta, le vacanze sono finite. E’ ora di aggiornare questo blog. Avanti, non essere pigra. 😉

    Accidenti, dimenticavo il tutore? Come va? Spero bene. Non appena ti sarai rimessa prometto di scrivere un racconto a tre mani e mezza con te. Spero così di spronarti a guarire presto.

    Un bacio e i miei migliori auguri d’una pronta guarigione, cara Emma

    beppe

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