Vivere la vita

vivere la vita«Mi chiamo Riccardo Farella, dovrei ritirare il referto della TAC» chiese con voce tonante un uomo alto e robusto, sulla cinquantina.
L’infermiera, al di là del bancone, si attivò immediatamente, scartabellando tra le pile di fascicoli sistemati in sconvolgente ordine. Poi, all’improvviso, ne estrasse uno e si bloccò con aria indecisa. L’uomo, sempre più impaziente, la stava osservando con attento interesse, non capiva la sua concitazione né tanto meno la sua esitazione. Poi, sporgendosi sulle punte dei piedi al di là del banco, si accorse che la donna stava leggendo un post-it attaccato sul suo referto e con la stessa foga gettarlo nel cestino e telefonare.
La sicurezza di Riccardo cominciò a vacillare e le sue dita a tamburellare sul rovere del piano del bancone. Perché questa telefonata? L’attesa di leggere il risultato si stava caricando di ansia, troppa, cosa che lui detestava.
Una volta conclusa la telefonata, l’infermiera gli si avvicinò sussurrando un semplice: «Mi scusi signore, può seguirmi?».
L’ansia si stava trasformando in timore, forse paura, ma non gli restò altro che annuire, e seguirla. Avvertiva una sgradevole sensazione di pesantezza alle gambe e le sue meningi sembravano essere strette da una morsa. Attraversarono corridoi, sale, salirono scale. L’odore di medicinali e disinfettanti che impregnava i locali, lui lo sentiva tutto, e gli stava provocando nausea.
Finalmente arrivarono di fronte allo studio di un medico.
«Prego signor Farella, si accomodi pure. Il dottor Mesci la chiamerà appena si libera. Ci scusi per l’attesa, ma ora è impegnato in una intervista televisiva e, capirà, non può interrompere. Ha bisogno di qualcosa?»
Certo che ne aveva bisogno, non di una sola, ma di tante, a cominciare dalla serenità, dalla rassicurazione, da qualcosa che ponesse fine a quel crescente e sempre più insopportabile e sfibrante sospetto. Eppure rimase impassibile. Rispose solo con un educato “No, grazie” e poi si ammutolì.
Era rimasto lì, solo, in una sala gelida e grande, troppo grande. O forse non era la stanza a essere grande, ma lui a sentirsi piccolo, piccolo e impotente. Le sue mani erano umidicce e il suo respiro corto e affannoso. L’attesa ormai insopportabile, tuttavia, non lo distolse dal pensiero di un appuntamento di lavoro. Sfilò dalla tasca il cellulare, sistemò all’orecchio l’auricolare, ovviamente per lui essenziale per evitare le onde elettromagnetiche e  compose il numero della sua segreteria.
«Rosa, buongiorno. Ho avuto un contrattempo. Disdica immediatamente l’appuntamento delle 12, dica che richiamerò io personalmente per scusarmi. Poi… ehm… dovrebbe farmi un favore personale. Aspetti un momento… ». Inforcò gli occhiali, si avvicinò alla porta del dottore e focalizzò lo sguardo sulla targa. «Faccia una rapida ricerca su un certo Salvatore Mesci, è un medico, e mi chiami appena sa qualcosa». Conclusa la comunicazione, tornò a pensare a quel nome appena pronunciato. Non gli era del tutto sconosciuto. Del resto, l’infermiera aveva detto che il dottore era occupato in un’intervista, forse era famoso e il suo nome poteva averlo sentito o letto…
Ora Riccardo riusciva a sentire perfettamente anche il suo ritmo cardiaco, veloce e rimbombante. Ma cosa stava facendo là? Si era sottoposto a una TAC come ogni anno. Non si sa mai. E poi perché preoccuparsi tanto?
Non fumava, non beveva, andava a dormire presto. Tentava di evitare ogni rischio di malattia. In quel momento, era importante restar calmo e non rischiare un affaticamento che avrebbe potuto avere come conseguenza uno sbalzo di pressione. Riccardo andava in palestra, osservava una dieta equilibrata e priva di grassi, pane rigorosamente integrale, frutta e verdura in grande quantità, insomma cibo sano e vita altrettanto sana. Dio solo sa quante volte avrebbe voluto addentare una mortadella intera o un cheeseburger. O magari concedersi a una sbronza con gli amici!
Stava cominciando a chiedersi se fosse valsa veramente la pena sacrificarsi così tanto. E tra questo e altri pensieri, il trillo del cellulare lo fece sobbalzare. Indossato l’auricolare, rispose con un filo di voce. Era Rosa. Riccardo impallidì, ascoltò in silenzio, sgranò gli occhi e si accasciò sulla poltrona. Una vampata di calore gli salì dai piedi alla testa; tutto  intorno a lui cominciò a girare. Aveva appena ricevuto la conferma del suo atroce dubbio, quello dal quale ogni persona fugge. Quello a cui si risponde con un semplice “a me, non capiterà mai”. Il dottor Mesci era un noto oncologo.
«Si sente bene signore?» chiese una ragazza appena arrivata nella sala d’aspetto. Riccardo non aveva neanche la forza di rispondere. Aspettò qualche minuto, poi andò in bagno per sciacquarsi il viso e, con l’occasione, lavarsi accuratamente le mani; in questi posti pubblici circolano microbi. Non si sa mai! Fatte tutte le dovute abluzioni si guardò allo specchio, scrutando ogni millimetro della sua immagine riflessa. Era il volto di un uomo in preda al terrore, appariva stanco e invecchiato e il suo sguardo aveva perso ogni traccia di espressività. Dopo dieci minuti di osservazione era ancora lì, ora calmo, di fronte a se stesso. Ancora silenzio tra lui e lui, quasi in contemplazione, fino a quando fece un bel respiro e, con tutta la sua forza, sputò sulla sua immagine riflessa che aggredì con furia «Razza di imbecille che sei stato». Sembrava trasformato, la paura della quale era prigioniero era svanita, al suo posto ora c’era solo rabbia. Uscì dalla toilette e prese un caffè doppio dal distributore delle bevande calde, se lo gustò assaporandolo fino all’ultima goccia. Si avvicinò alla ragazza della sala e le chiese una sigaretta, fingendo che le sue erano rimaste in macchina. Uscì nel cortile dell’ambulatorio e gustò pure quella, mentre il suo sguardo, non più vago, faceva intendere che stava escogitando qualcosa.
Afferrò il cellulare, strappò l’auricolare e lo gettò nel cestino dei rifiuti, poi compose un numero.
«Ciao Janet, sono io, come stai? Perchè? Non posso chiedertelo? Beh, c’è sempre una prima volta… Potresti passarmi il piccolo Matt, vorrei sentire la sua vocina, please! È anche figlio mio, no? Apetta, Janet, prima voglio dirti… beh  non rispondermi subito, riflettici su prima di farlo, ma avrei una proposta: mi mancate troppo, ho deciso di mandare al diavolo la paura di volare e sono pronto a fare il pendolare tutti i fine settimana. In fondo, Londra non è così lontana…». Conclusa la telefonata, sentiva la vittoria in pugno. Non sapeva ancora se la sua famiglia si fosse riunita, ma in quel momento l’importante era combattere per non lasciare nulla di intentato. Era come se all’improvviso avesse capito che l’amore non poteva essere mortificato dalla paura.
Altro caffè, ma senza sigaretta. Altra telefonata.
«Direttore, sono Riccardo Farella. La domanda le sembrerà un po’ bizzarra, ma vorrei sapere se è ancora valida la proposta di promozione a responsabile di area. Grazie, sì, l’accetto, nel pomeriggio sarò da lei».
Si stupiva di ciò che stava facendo, e gli piaceva. Le ansie erano svanite e con loro anche gli eventuali rischi di eventuali malattie. Una vita sprecata dietro a eventualità.
Sembrava un eroe. Nonostante fosse in procinto di ricevere la condanna della sua vita, aveva deciso di recuperare e aggrapparsi al resto dei suoi giorni, riappropriandosi dei suoi affetti e di tutto ciò che prima era precluso. Sì, sembrava un eroe, ma poi guardò verso la sala d’aspetto e vide l’equipe televisiva uscire dallo studio del dottor Mesci. Prese una boccata d’aria, respirò intensamente ed entrò con passo deciso e un coraggio che poteva fargli affrontare qualsiasi notizia, fosse anche la più terribile. Anche se mancava poco alla sua ora, aveva deciso di vivere, non solo respirare, ma vivere e godersi ciò che rimaneva del suo tempo e, anzi, non vedeva l’ora di uscire dall’ospedale per iniziare a farlo.
Si avvicinò al dottore, che nel frattempo era uscito dal suo studio, lo guardò fisso negli occhi, mentre anche il dottore guardò lui. Si fissarono in silenzio, un silenzio eterno anche se solo di pochi secondi. Poi l’iniziativa fu presa dal dottore. «Insomma Riccardino, ma proprio non mi riconosci? Siamo stati per tre anni compagni di scuola. Ero quel farabutto che ti prendeva sempre in giro! La indossi ancora la maglia di lana d’estate?».

by Emma Saponaro (uno dei miei primi racconti)

foto tratta dal web

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