Recensione di Stefano Bidetti su “L’ombelico di Adamo” di Stefano Tofani

L'ombelico di AdamoUn paesino della provincia toscana si risveglia un mattino con una nuova statua nella sua piazza principale, una statua bizzarra e ambigua, che scatena la curiosità dei paesani e mette in moto meccanismi diversi. In un tessuto tipicamente ristretto inevitabilmente si manifestano tutti i luoghi comuni e i personaggi tipici di un qualunque paesino del Belpaese: il sindaco  alla ricerca di consenso e riconferme, il suo assessore lecchino (e forse qualcosa di più) pronto a fare di tutto per aiutarlo, la famiglia un po’ nobile un po’ decaduta, una caserma dei carabinieri piena di meridionali, la ex-prostituta, il vecchio militare, il barista, l’artista, l’intellettuale, lo spazzino. Ognuno di loro rappresenta un personaggio tipico, ma al contempo manifesta caratteri propri: così il brigadiere si rivela un acuto osservatore e fine ragionatore, mentre il maresciallo si perde appunto dietro schemi preconfezionati; lo spazzino si rivela poeta e omosessuale, mentre il sindaco si preoccupa di non vedere messa in discussione la propria virilità e, soprattutto, di lasciare contento l’onorevole locale. Un paio di riferimenti precisi fanno capire che ci si trova in Toscana, ma in realtà potrebbe essere un paesino collocato ovunque nella “terra di mezzo” dell’Italia, né profondo Sud, né nebbioso Nord. Un paese in cui tutto si rivela, ma nel quale nel contempo vivono inestricati grandi e antichi segreti, in cui comunque ciascuno ha il suo ruolo, i suoi pregiudizi, le sue etichette.
Il breve romanzo si suddivide in parti distinte, caratterizzate anche da forti differenze stilistiche e da diverse voci narranti. Ogni tanto lo sbalzo è forte, e il lettore si sente spiazzato, per poi riprendere il filo, inserire i nuovi personaggi nel quadro complessivo, o collocarvi quelli già conosciuti, e seguire la trama, lo sviluppo. Da un lato il giallo, dovuto alla necessità di scoprire il misterioso autore e posizionatore notturno della inintelleggibile scultura; dall’altro il noir, insorto al momento  in cui nel bosco circostante compare un morto, ucciso violentemente, abbigliato in modo stravagante, corrispondente nelle fattezze e nell’abbigliamento alla statua, e dall’identità sconosciuta; dall’altro ancora il rosa, connesso al recupero di un’antica storia d’amore per la quale in realtà si utilizzano messaggi che solo gli interessati possono interpretare.
Tofani, pisano laureato in Conservazione dei Beni Culturali e alla sua prima prova di romanziere, si muove bene nel gestire i rapporti solitamente molto intrecciati che vivono in ambienti rurali di così ridotte dimensioni. Ognuno dei paesani si costruisce una sua verità, strettamente contenuta nel recinto delle proprie curiosità, per cui poi alla fine il disvelamento dei fatti reali diventa meno importante rispetto al ripristino degli equilibri noti e rassicuranti. Anche chi si trova alla fine a “tirare le fila” e a determinare in qualche modo il ritorno alla normalità non viene a sapere tutti i particolari della storia, la cui importanza, per i paesani, è in fondo direttamente proporzionale alla velocità con cui si toglie di mezzo.
Il racconto segue il ritmo di un diario, o di una cronaca precisa dei fatti dettata dalle diverse letture che ne fanno i singoli narratori; nel giro di pochi mesi d’inverno gli eventi sconvolgono il paese e poi lo rifanno addormentare pigro. Cuzzole torna nel suo routinario anonimato, e forse anche coloro che avevano visto nell’avvento della statua chissà quale possibile sviluppo o business, nel proprio intimo preferiscono che la spugna del tempo possa velocemente cancellare le tracce del nuovo.
Stefano Bidetti

Il blog dell’Autore Stefano Tofani L’ombelico di  Adamo

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