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Orgoglio tra la polvere eterna

aaa saponaro micheleUna tranquilla passeggiata senza meta mi ha condotta in un vicolo attraversato sempre con fretta e distrazione. Sono stata colpita da una piccola “bottega di libri”, folgorata dall’esposizione dei mitici Quindici. Solo dopo mi sono accorta che si trattava di una libreria antiquaria. Sono quindi entrata con in testa una richiesta ben precisa e che mi perseguita da alcuni anni.
Mi accorgo, però, che all’interno già è presente un cliente e io non posso entrare. Già, la libreria è letteralmente (è il caso di dire) traboccante di libri antichi, vecchi, polverosi, e c’è spazio per un cliente solo.
E’ arrivato il mio turno. Dopo una manovra che ha dell’acrobatico, riesco a conquistarmi trenta centimetri di negozio, ma non chiudo la porta, sarebbe troppa la fatica per uscire, se non avesse ciò che cerco… ciò che sto cercando.
Dietro una cortina di libri, spunta un signore anziano, con la faccia così sorridente e soddisfatta che diffonde allegria ed entusiasmo.
– Buonasera. Sto cercando qualcosa di… Michele Saponaro.
Lui mi guarda, sgrana gli occhi e sorride… ancora di più.
– Il grande Saponaro, ehhh… Ma certo! Entri pure, ora controllo cosa ho al momento. Eh, ne ha scritti tanti, sa!? Un grande, il Saponaro. E’ stato anche un biografo, lo sapeva? Ho sempre qualcosa di lui…
Il cuore mi batte forte, sono emozionata. Penso al tempo trascorso dietro a ebay. Poi, mi assale un piacevole e gratificante orgoglio. Non posso fare a meno di dirgli che lui è lo zio di mio padre, che tra l’altro portava lo stesso nome.
Mi guarda, sorride. Sono felice. Gli chiedo se posso scattare una foto. Si impettisce e risponde: – Ma certo, cara la mia Saponaro, basta che prendi anche me!
Ho comprato un libro “Viaggio in Norvegia”. Attendo con ansia che il signor libraio mi porti il suo Diario che si è portato a casa per leggerlo.
Non so descrivere la gioia che ho provato e che assorbiva, gustandola, la povere di quelle infinite parole stampate nel passato, ma ho percepito in modo inequivocabile un pensiero che mi suggeriva che quel pizzico di immortalità, che cerco tra le mie parole scritte, l’ho trovato oggi pomeriggio, là, tra quella polvere.
libreria Sant’Agostino, via S. Agostino 17.

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Quando una mamma tiene banco

perline 2«No, Michele. Non andare. C’è troppa gente e poi ti penti.»
«Ma ci starò solo un’ora…»
«Eh, un’ora. Lo so come va a finire. Dai retta a me, andiamo a passeggiare nel parco.»
Questo era il dialogo tra mia madre e mio padre che si ripeteva ogni volta che lui esprimeva il desiderio di andare al mercato di Porta Portese, un lungo serpentone di bancarelle di ogni tipo, ognuna con i suoi profumi e i suoi colori.
Immagino cosa sarebbe accaduto se ci fosse andato. Mio padre avrebbe passeggiato tra i primi banchi con indifferenza. Non gli interessavano le camicie americane usate, i giocattoli d’epoca, le vecchie camicie da notte in pizzo bianco, i 45 giri di Gabriella Ferri, di Claudio Baglioni o dei Bee Gees, né tanto meno le ciambelle fritte o i croccantini di nocciole. Andava lì con una meta precisa, spinto dalla passione per le tracce del passato; oggetti che raccolgono storie di persone sconosciute e che conservano la memoria di chi non può più raccontare. Cercava, in particolare, cartoline e libri antichi, meglio se con dedica o anche solo scarabocchi. A volte, lo vedevo intento a fissare quelle scritte e mi accorgevo dell’emozione che brillava nei suoi occhi azzurri.
Per non tornare a casa a mani vuote, avrebbe camminato penando la calca senza un lamento. Si sarebbe spinto fino a metà mercato, e lì sarebbe stato colpito da una piccola bancarella. Una bancarella messa su abilmente in quattro e quattr’otto per essere smontata con la stessa rapidità nel caso si fosse avvicinata una guardia. Già, perché quella era una bancarella abusiva, gestita da tre liceali: una con i capelli rossi a caschetto, un’altra con le trecce bionde e la terza con una montagna di ricci castani.
Le tre ragazze erano state accettate con simpatia dai vicini mercanti che si dimostravano gentili e premurosi. I commercianti erano la chioccia e loro tre i pulcini da tenere in caldo e proteggere.
Ogni domenica mattina, le ragazze arrivavano con calma, quando ormai il mercato era in piena attività, e si collocavano nello spazio centrale lasciato libero e difeso dai loro vicini. Aprivano uno sgabello da pic-nic e vi piazzavano su una quarantottore. Una volta aperta, si poteva ammirare la loro mercanzia. Orecchini, collanine e braccialetti lavorati con fili d’argento e decorati con perline di vetro colorate di tutti i tipi, opache o trasparenti, brillavano in contrasto con il velluto nero luccicante con il quale era stato foderato l’interno della valigetta. Era un trio ben assortito e non solo fisicamente, ma le univa il fine ultimo di quella piccola attività. I guadagni, infatti, servivano per pagarsi le vacanze estive. Tutte e tre volevano essere autonome e non gravare sul portafogli dei genitori. Finanziarsi le vacanze era stata un’idea talmente entusiasmante che fu messa subito in pratica.
Alla vista di quelle tre ragazze, mio padre sicuramente si sarebbe incuriosito, intenerito. Pur essendo un tipo posato e rigoroso in famiglia, sapeva essere amabile e generoso nelle relazioni sociali. Ecco, io ora immagino lui che si avvicina alla minuscola bancarella, immagino mentre finge di interessarsi a quei semplici e colorati gioielli e acquistarli per aiutare le ragazze. Ma sento anche le sue riflessioni: “Non avranno soldi per comprare i libri”, “Che genitori sciagurati. Lasciare per strada le figlie per soldi. Piuttosto, io mangerei pane e cipolla”, “Mia figlia, per fortuna, non fa queste cose”.
Ma guardando le ragazze, ne avrebbe viste solo due, la rossa e la bionda, perché la riccia castana, alla sua vista, avrebbe chiesto asilo politico ai suoi vicini.
Non avrei mai potuto dire a mio padre che volevo la mia indipendenza economica. Non lo avrebbe mai accettato.
Ancora oggi, a distanza di quarant’anni, mi capita di passare per Porta Portese verso il pomeriggio. Le bancarelle non ci sono più, al loro posto solo spazzatura, scatole di cartone, cellophane e bottiglie. La via appare immensa, non più accogliente e rassicurante.
Gli operatori puliscono, tolgono ogni traccia di Porta Portese dalla strada, ma non dai miei ricordi.

Emma Saponaro

Questo racconto si è aggiudicato il secondo posto ex aequo alla prima edizione del Concorso La voce di Porta Portese

Caro amico ti scrivo… Grazie, Lucio

Lucio Dalla ci ha lasciati oggi, 1° marzo 2012, a soli tre giorni dal suo sessantanovesimo compleanno. Tento di scegliere uno dei tanti suoi testi che mi abbia particolarmente colpita, ma sono tanti, troppi, specialmente quelli del primo periodo. Sono cresciuta sopra le sue note, le sue parole, e non nascondo che l’ho seguito con profonda emozione fino agli anni Ottanta, poi di meno. Cerco, quindi, di scegliere tra “Com’è profondo il mare” e “4 marzo 1943”, conosciuta anche come Gesù bambino, ma poi mi vengono in mente “Quale allegria”, “Anna e Marco”, “Futura” e tante altre, e non so più scegliere. Allora cerco di allontanare la sua musica e concentrarmi sui testi, visto che solo questi possono essere trasportati su una pagina di blog. Ho deciso: prendo qualche verso qua e là e lo imprimo su questo post, lanciando così  il mio saluto a un grande artista, che per tanti anni ha costituito il punto di riferimento della mia generazione, e le cui canzoni sono state emozionanti colonne sonore di momenti della nostra giovinezza. Ciao Lucio, forse come dicevi tu questa è solo la prima parte della nostra vita.

È eterno ogni minuto, ogni bacio ricevuto dalla gente che ho amato” [Lucio Dalla]

Cosi’ lei resto’ sola nella stanza,
la stanza sul porto
con l’unico vestito ogni giorno piu’ corto
e benche’ non sapesse il nome
e neppure il paese
mi aspetto’ come un dono d’amore fin dal primo mese
4/3/1943

…e se è una femmina si chiamerà futura.
Il suo nome detto questa notte
mette già paura
sarà diversa bella come una stella
sarai tu in miniatura
ma non fermarti voglio ancora baciarti
chiudi i tuoi occhi non voltarti indietro
qui tutto il mondo sembra fatto di vetro
e sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio.
Futura

Girando ancora un poco ho incontrato uno che si era perduto
gli ho detto che nel centro di Bologna non si perde neanche un bambino
mi guarda con la faccia un pò stravolta e mi dice “sono di Berlino”.
Disperato erotico stump

E la notte cominciava a gelare la mia pelle
una notte madre che cercava di contare le sue stelle.
Io li sotto ero uno sputo
e ho detto “olé sono perduto”.
La notte sta morendo
ed è cretino cercare di fermare le lacrime ridendo
ma per uno come me, l’ho già detto,
che voleva prenderti per mano
e volare sopra un tetto…
La sera dei miracoli

Una famiglia vera e propria non ce l’ho
e la mia casa è Piazza Grande,
a chi mi crede prendo amore e amore do, quanto ne ho.
Piazza Grande

Intanto un mistico
Forse un aviatore
Inventò la commozione
Che rimise d’accordo tutti
I belli con i brutti
Con qualche danno per i brutti
Che si videro consegnare
Un pezzo di specchio
Così da potersi guardare
Com’è profondo il mare

ma l’america e’ lontana
dall’altra parte della luna
che li guarda e anche se ride
a vederla mette quasi paura
e la luna in un silenzio
ora si avvicina
con un mucchio di stelle
cade per strada
luna che cammina
luna di citta’
Anna e Marco

Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.
E se quest’anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch’io.
L’anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità
L’anno che verrà

La guerra di Piero

Avvertenza: questo è un vecchio pezzo, uno sfogo personale, scritto il 13 dicembre 2005, selezionato e pubblicato su Wema (Web Magazine). Ho voluto inserirlo in questo mio nuovo spazio.

Nonno Ernesto, ex giovanetto del ’99, quando parlava della 1a Guerra Mondiale, aveva sempre gli occhi lucidi, sebbene fossero passati settant’anni da quando si trovò di fronte tre fratelli che ebbero il torto di essere austriaci. Me lo ripeteva spesso, come una cantilena. Era ormai ultranovantenne e non aveva mai dimenticato. Diceva: “Ma io l’ho detto al prete che ho ucciso tre austriaci, ma lui mi ha risposto che non è peccato, perché eravamo in guerra”. Già, per il prete forse no, per Dio forse no, ma per lui era un atroce peccato che non si è mai perdonato e che si è portato nella tomba. Non pensava al perché della guerra, a ciò che era giusto o meno, pensava che quei tre ragazzi avevano il diritto come lui di continuare a vivere.
Nonno Giulio era stato anche lui un giovanetto del ’99, ma quando è morto io avevo appena otto anni. Lo ricordo come un uomo molto dolce, simpatico e goloso; molto goloso. Non riusciva a imporsi, anche alle tre di notte, di fronte alla tentazione di quel bell’elettrodomestico bombato con il pedale, ma che “accidenti a lui” – ripeteva sempre – non risparmiava nessuno scricchiolio che inevitabilmente svegliava la figlia con la quale viveva e che accorreva “accidenti a lei” – diceva, sempre lui – per impedirgli di addentare anche solo una semplice mela, neanche fosse la tentazione del diavolo. Poteva Zoppas essere il travestimento del diavolo-serpente? Questo me lo ricordo benissimo e pensavo anche che tutto era causa, non solo del suo diabete, ma della fame nera che aveva sofferto e che in quegli anni non risparmiava quasi nessuno, tanto meno i soldati. Era questo, secondo me, che faceva apparire il frigorifero, e tutto il suo contenuto, come l’oggetto del desiderio.
Questo è uno dei ricordi che ho di nonno Giulio. Questo e altri, che, con l’aiuto dei racconti di mia madre, la figlia, mi porto dietro custoditi nel cofanetto dei miei ricordi più preziosi.
Riguardo alla guerra, mia madre mi raccontava ciò che nonno ripeteva sempre: si mandava in prima linea chi aveva meno familiari da far piangere.
Una frase, tra le tante, che non dimenticherò mai, riguardava l’aver ricevuto una medaglia che voleva essere un premio, ma che imprimeva, nel cuore e nella memoria del soldato, uno dei tanti eventi che la bruttura della guerra regala inevitabilmente e indiscriminatamente. La frase era questa: “Ma quali eroi!!! Correvamo disperati contro quelli che ci dicevano essere nostri nemici, ma in quel momento vedevamo solo ragazzi come noi, e continuavamo a correre e pensare se fosse giusto o no, e correvamo, con il sudore che ci scivolava lungo la schiena e le feci che imbottivano le nostre braghe! Altro che eroismo, era paura, paura vera!!!”.
Ieri ho visto i filmati amatoriali, girati da soldati italiani a Nassiriya. Ho sentito tante frasi. “Annichiliscilo” era la più ricorrente. E poi: “Finiscilo, ancora si muove”, “Bravo, lo hai ammazzato”. Esultazioni o esaltazioni, mah, come: “Wow”, “Bravissimo, Paolo”.
Probabilmente è normale che un soldato si comporti così in guerra, anche se non doveva essere “guerra” ma “azione umanitaria”; probabilmente per vincere la paura, l’uomo diventa gradasso, cinico e…
Non mi stupisco di aver visto azioni di guerra, non penso ci sia ancora qualcuno che creda che i soldati italiani fossero partiti solo per ricostruire strade o portare acqua. Ma non voglio fare polemica. Oggi non mi interessa parlare di questo!
Quello che mi ha impressionato è stato vedere lo stato d’animo di questi soldati che, evidentemente, ben celavano la paura… o, meglio, voglio sperare questo. Quello che ho visto stanotte è stato come assistere ad un video game. Esultavano al bersaglio colpito… che non era mica una lattina di coca cola, no, era una VITA.
Non riesco a continuare, perché reputo sia riduttivo scrivere in poche righe il trambusto di emozioni che stanotte mi hanno tormentato, e facendo riemergere piccole memorie raccontate di una guerra ormai ben troppo lontana.
Ma il concetto l’ho espresso, spero, ed è quello che volevo. Sarà banale, lo so, ma non posso fare a meno di continuare a pensare che la violenza annienta l’uomo e lo priva di tutti i buoni sentimenti. La violenza esalta l’esaltazione, annebbia la ragione e rende l’uomo una delle bestie più cattive e feroci.

(…) e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore (…)

La guerra di Piero – Fabrizio De André

by Emma Saponaro

Foto tratta dal web