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Fantocci al lavoro

La prima esperienza lavorativa di Alice fu la spudorata dimostrazione che il mondo fuori dal suo guscio familiare ruotava all’inverso. La copriva con un velo di infelicità, che si slacciava al vento dopo la timbratura delle 18:00.
Nel grande ufficio amministrativo, erano impiegate 100 persone: 95 uomini e 5 donne. Alice e Simona erano le uniche a non rientrare nel computo dell’organico aziendale in quanto lavoravano in nero. Erano due. Erano donne. Erano giovani.
La ragioniera Bianchi e la dottoressa Rossi venivano chiamate signora; il signor Sissignore e il geometra Leccapiedi venivano chiamati dottore. Forse per valorizzare la licenza elementare del commendatore, e dare un senso alle riverenze ricevute al suo passaggio. Ma era il grande capo e in quei sistemi funzionava così, alla Fantozzi. L’epoca era quella, e Fantozzi andava alla grande, nella finzione e nella realtà.
Alice stava mettendo su casa, e pur di mantenersi il posto ingurgitava bocconi amari, fatti di situazioni al limite del ridicolo. Lavorava con diligenza, tacendo l’insofferenza. Osservava quei fantocci in giacca e cravatta e a volte sperava che un colpo di strega li colpisse in uno dei tanti inchini. Sorrideva pensando a quei poveracci che abboccavano come pesci alle promesse del commenda e non si lasciavano sfuggire l’occasione per improvvisarsi spie e tradire i colleghi.
Il direttore di Alice, del Nord, era un omone con la faccia quadrata e le lenti spesse come fondi di bottiglia. Sempre sorridente e pacifico. Una sera, terminato un colloquio che lei stessa aveva fissato, lo sentì sbraitare parole incomprensibili, forse in dialetto. In un lampo si ritrovò davanti alla porta della sua stanza.
«Cosa succede, direttore?», chiese sentendo il sangue defluire dalla sua faccia.
«Mi ha fatto perdere due ore di tempo.»
«Non capisco… Me lo ha detto lei di accettare l’appuntamento con l’architetto Biasi.»
«Ma è una donna, e lei lo doveva specificarlo.»
«Non potevo mica dire l’architetta!?»
Il direttore si infuriò ancora di più. Alice invece si impietosì, pensando a quanto anche il suo direttore fosse vittima di quel sistema così scorretto. Ma lui aggiunse: «Dobbiamo lavorare con professionisti, non con donne!», e a lei salì una rabbia che soffocò a malapena.
Pochi giorni e la notizia si divulgò, giungendo alle orecchie del grande capo. Alice aveva intuito di aver commesso un imperdonabile errore. Per loro, ma non per lei.
Incassato il colpo, si liberò di quei lacci che la intrappolavano in un difficile equilibrio. Sopportare per giungere all’assunzione. Rimandare scelte importanti per non sconvolgere la serenità del commenda. Aspettare.
Bussò alla porta del direttore del personale, annunciò il suo imminente matrimonio, salutò con educazione, tornò nel suo ufficio ed aspettò. Aspettò un evento facile, prevedibile, scontato. Aspettò.
Dopo una settimana, Alice fu licenziata. Si sentì libera, e quei fantocci non li incontrò più.
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Una serata un po’ così…

Un sabato sera come tanti altri, uno o due impegni da decidere. L’irrequietezza poi si impone e allora decidi di mettere a riposo anche quei due neuroni indaffarati per farti prendere una decisione e tranquillizzarti. Stasera, niente. E proprio mentre torni a casa, pregustando una cenetta semplice, senza alcol né sigarette e magari in compagnia di un buon libro, incontri un amico che ti saluta con slancio e ti invita ad andare con lui, a una cenetta intima tra vecchi amici al centro. Intima? E io che c’entro? Dico di sì. E non so perché.
Il tempo di mettere un velo di rossetto e cambiare maglia e ci ritroviamo giù.
Il ristorante mi riporta a trenta anni fa, quando al suo posto c’era il buiaccaro e mangiavamo olive e lingua in salsa verde con un bicchiere di vino acidulo che solo i giovani possono digerire. I suoi amici sono libri interessanti, ognuno con una storia da scoprire. È proprio quando inizi a sfogliare le loro vite che scopri che quei passi forse già li hai letti, immaginati, sognati, e quegli amici del tuo amico un po’, forse, in una magica notte romana, li senti intimi anche tu.
Poi si va a via di Panico, in quel locale storico che loro frequentano da sempre e che tu hai conosciuto da appena qualche mese…
Ciao, anche tu qui?
La conosci?
Sì.
E ti rendi conto che in fondo anche tu sei una abituè.
E i racconti e le storie e gli amici in comune…
E mentre vai via, ed é giá notte fonda, incontri un altro amico che conosce alcuni dei tuoi nuovi amici.
E continui a perderti in questa Roma così immensa e così piccola, così intima e straordinaria…
Dimentichi lo stress metropolitano, lo smog, le targhe alterne, la raccolta differenziata fasulla, i bus che non passano, la decadenza, e ringrazi che stai lì, a godertela.
A volte ti amo, maledetta Roma!

Vacanza romana

UNESTATEAROMAPlacare la spudoratezza, far tacere le grida isteriche, spegnermi, queste erano le priorità, e il sedativo fu la soluzione più immediata. Non avrebbe però domato il fermento, la ribellione contro quegli obblighi divenuti soffocanti come l’afa che si respirava in quei giorni a Roma.
Reagii all’oblio e scappai.
La fluidità del buio e la vaporosità delle gambe sospinsero il mio ardire verso un’alba sintetica, un bagliore al di sotto di una balaustra. Qualche passo e mi ritrovai in vetta a Trinità dei Monti. Meraviglia! Scesi i gradini barcollando come un marinaio reduce da una lunga burrasca. Ispirai gli effluvi dei fiori che cingevano la scalinata. La vista di Piazza di Spagna mi rincuorò. Proseguii per quelle scale molli, che sprofondavano sempre più, fino ad arrivare ai piedi della Barcaccia, dove persi i sensi.
Fui ridestata da una voce maschile dall’accento americano che mi porgeva insistenti domande. Poi, credendomi ubriaca, decise di salvarmi a modo suo. Non scorgendo alcun rischio, allentai le difese e in pochi istanti caddi in un sonno profondo che si protrasse fino all’indomani mattina, quando mi risvegliai a casa sua, non senza impaccio.
La lucidità emersa dalla sedazione non offriva più scusanti.
«Sono fuggita dal collegio. Almeno per un giorno, vorrei vivere come una qualunque ragazza della mia età».
La comprensione e la gentilezza di Joe, questo era il suo nome, mi rassicurarono. In sella al suo scooter, vagammo per la città, visitando il Colosseo, i Fori Imperiali, il Pantheon. Percepivo nel suo sguardo un imbarazzo che via via sfumò. Era meravigliato dalla mia meraviglia. Continuava a scattarmi foto con il suo iPhone per fissare la bellezza del mio stupore, disse. E io non mi sottrassi. Girò anche un video mentre infilavo la mano nella Bocca della Verità, chiedendomi se veramente fossi scappata dal collegio. Avvampai. Poi mentendo risposi sì.
A notte inoltrata mi riaccompagnò verso casa. Per non tradire, dovevo tornare. Pochi istanti e mi persi nel suo sguardo. Sapeva. Aveva capito. Eppure assecondò i miei desideri. In silenzio. Poi mi abbracciò sussurrando: «Tranquilla, le foto non le pubblicherò. Le terrò per me. Posso averti solo così». Lo ringraziai, lo baciai e m’incamminai verso l’ambasciata, trattenendo le lacrime e con un senso di oppressione nel profondo di me.
Ho amato la libertà di quel giorno: passeggiare al mio ritmo, mangiare il gelato tra la gente, sciogliere i capelli al vento.
Ho imparato a vivere, a sorridere, a flirtare.
Ho imparato a raccontarvi tante bugie, perché questa storia è inventata.
Non sono una principessa. E Joe non è Gregory Peck.

by Emma Saponaro

In occasione dell’evento Libri di Notte, pubblicato nell’antologia “Un’estate a Roma”, edito Giulio Perrone Editore

Il quadro della situazione

Complicazione.
Riscossa l’estromissione da quelle stimolanti vertigini passionali, che credevi non finissero mai, ti senti circondare dalle dune dorate di un infinito deserto, e la bocca colma di sabbia pungente. Tutto appare fiacco, smorto, dormiente. Deprimente. Ti appelli ai ricordi, a quei momenti di attesa, a volte sconvolgente, perché sapevi che sarebbe arrivato quel tocco su quelle precise corde, perfette per far vibrare il corpo intero, e quando la scossa si irradiava fino all’apice del capo, svincolavi la pressione di una frenesia lievitante affinché inseguisse bolle di voluttà.
Coraggio.
Il corpo continua a fremere, a reclamare. Non puoi solo appellarti ai ricordi, lo sai bene.
Rimosso ogni pregiudizio, ogni remora, ascolti una supplica che sussurra dal tuo intimo. L’hai sempre ascoltata, l’hai sempre censurata. Ora i tempi sono maturi e il coraggio di liberarla e fargli spiccare il volo si sta schiudendo. L’ossessione si impone al controllo, l’indecenza alla dignità, l’esigenza al pudore. Ti aggrappi solo a quel pensiero, l’unico che potrebbe salvarti da questo sventurato torpore.
Interpretazione.
Ti rianimi al pensiero di vedere il suo corpo nudo, non completamente però. Desideri che il ventre sia coperto da un tutù. Un tutù bianco. Un ampio tutù con morbidi volant a cascata di tulle trasparente, vaporoso. Evanescente. Evanescente la tua testa, la tua ragione, la tua pudicizia. Sei preda dell’urgenza, del tormento nel quale sprofondi arrendevole alla gravità del tuo appetito. Contemplare la sua vita strizzata nella diafana gonna spalanca la porta alla smania scalpitante. Scoprire il suo sesso come se fosse la prima volta sfogliando il suo ventre un velo dopo l’altro aggrava l’ardore, e non passa inosservato. La brama famelica vuole sfrondare il corpo, la carne, dai grossi petali vaporosi.
Risveglio.
Sfumati l’ardito pensiero e la spudorata fantasia, tutto si palesa come è sempre stato. Il suo corpo, il tuo, la scaletta dei preliminari, i movimenti prevedibili, i sussurri scontati, il rapporto carente di mistero, esente da qualsiasi ambiguità. Ti vergogni delle tue fantasie, ti imbarazzi. Guardi un’ultima volta il corpo dell’amante vestito di ridicole immaginazioni, e sorridi e arrossisci. Lui ti chiede, tu non osi. Poi ti fai seria e lo implori di sostituire il Degas appeso sopra il letto con un Kandinsky.

by Emma Saponaro
Per l’antologia I vizi capitali – L’Erudita – Giulio Perrone Editore

7 capitali

 

 

19 marzo 1837 – Piazza della Rotonda

«Nine’, ‘ndo cori!?»
«Daje, sbrighete, ‘a gente core pe’ ariva’ prima.»
«‘Nte preoccupa’, basteno pe’ tutti.»
«Movite che rimangheno quelli fritti nell’olio ‘nzozzato.»
«So’ boni uguali. Fermate, guarda ‘sta bella cchiesa rotonna…»
«È ‘n tempio!»
«Quello che è, annamola a visita’, ‘e frittelle possono aspettà.»
«Er Pantheon sta sempre qua. Mó guarda li fochi, i lanternoni, er profumo che t’acchiappa. Nun c’hai voja de ‘ngozzatte de ‘ste bontà divine?»
«T’aspetto qua, portame tre bigné. ‘Sto capolavoro se vede mejo a panza piena. Potemo prega’ Giuseppe senza confusione, così capisce mejo che c’è ancora tanta gente che nun magna mai.»

di Emma Saponaro

 

roma a tavola in cento parole

La barriera sottile – finale

(leggi parte prima e parte seconda)

Dopo una lunga passeggiata tra i vicoli di quel paese dimenticato da Dio, il cielo ormai prossimo al tramonto e l’aria frizzante convinsero Rebecca a recuperare la sua auto. Con il tablet in mano, non riusciva a scrivere una parola. Non riusciva ad estraniarsi dalle emozioni di quella giornata. Con gli occhi puntati sullo schermo ancora spento, ripensava a sua nonna, alle storie fantastiche che le raccontava di nascosto dei suoi genitori. “Posso raccontarle solo a te” diceva sempre, e lei non ne comprendeva il motivo, ma sapeva di dover tener ben segreto tutto ciò che la nonna le confidava. Era convinta che esistesse una città progettata dagli spiriti, e che esistessero universi paralleli che comunicavano tra loro; ma questa era una cosa troppo difficile da capire per una ragazzina, dunque le avrebbe spiegato tutto quando sarebbe diventata donna. Poi la nonna morì e Rebecca non seppe mai cosa intendeva rivelarle su quel mondo là. Eppure i ricordi le riaffioravano limpidi, e limpide le immagini delle reliquie in quella casa. Strani oggetti che assolutamente non dovevano cambiar di posto, mai, per nessun motivo. Ogni cosa doveva rimanere nella sua collocazione perfetta, benché apparentemente disordinata.
Il fragore di un tuono la destò dai suoi pensieri, dai ricordi, dalle domande senza risposta. Guardò in su, verso il cielo, perplessa. Nell’oscurità, brillavano le stelle, e in quella sfera infinita si abbandonò, dimenticando le paure dentro di sé, come l’impercettibile parte di un mondo incomprensibile.
Non recepiva più l’assurdità di quel boato, piuttosto ne intuiva il senso.
Doveva muoversi, doveva fare qualcosa.
Riattivò il navigatore sull’ultima destinazione. Stavolta parcheggiò sul ciglio della strada sterrata, a un centinaio di metri dalla villa.
Cercò un pertugio nel muro di cinta, ma non ve ne erano. Individuato un albero, si arrampicò e con l’aiuto di un ramo robusto riuscì ad arrivare fin sopra al muro. Lo percorse da vera equilibrista fino ad arrivare alla parte più bassa, da dove si lasciò scivolare a terra con sorprendente eleganza.
Al mattino non aveva notato la presenza di cani, quindi si avvicinò alla porta di casa con tranquillità.
Il salone era illuminato e le finestre erano aperte. Sbirciò attraverso le tende di velluto e vide la governante seduta su una poltrona, con il capo inclinato all’indietro. Un libro aperto sembrava stesse scivolandole dalle mani.
Rebecca non ci pensò due volte. Approfittando del momento scavalcò la finestra, ben attenta a non far troppo rumore.
Giunta fin quasi all’ingresso, udì un tonfo. Il libro era caduto dalle mani della governante che si svegliò all’improvviso. Nella penombra, Rebecca sgattaiolò in silenzio e si nascose dietro un mobile alto abbastanza da poterla coprire, un cupo orologio a pendolo. I rintocchi improvvisi che annunciavano la mezzanotte la fecero sussultare. Emise un grido che tentò inutilmente di soffocare.
La governante si guardò attorno, ripose con scrupolo e lentezza il libro nell’unico spazio vuoto che disturbava l’ordine compatto dei libri. Con altrettanta lentezza salì le scale per accertarsi che la contessa continuasse a dormire. Poi scese di nuovo al piano terra. Il respiro affannoso di Rebecca non accennava a rallentare. Avvertì un brivido gelido lungo la schiena, ma rimase immobile.
La donna le passò accanto, dandole le spalle, e subito dopo si bloccò. Era a un metro da lei. Con una mano si sciolse i capelli, sfilando la forcina di osso che ripose nella tasca del grembiule. Poi, di scatto, si voltò.
Lanciò uno sguardo algido che si posò direttamente su quello della ragazza. Un silenzio imperscrutabile dialogò per loro.
Rebecca fece appena in tempo a notare che la governante teneva un braccio dietro la schiena. Tentò di scappare, ma la donna l’agguantò per la gola con una mano, scaraventandola contro la parete, poi con un gesto rapido alzò l’altra in alto. Lo scintillio della lama rifletteva la luce del salone ancora accesa come lo scintillio degli occhi della governante rifletteva la furia che le montava in corpo.
Con violenza feroce, inflisse un colpo al ventre della ragazza, e dopo il primo un altro e un altro ancora.
Un dolore atroce, un grido straziante. Rebecca sentì il sangue sgorgare caldo al ritmo del suo cuore, le forze abbandonarla. Scivolò lungo la parete e si accasciò in una pozza rossa che si espandeva sempre più sul pavimento di marmo.
La barriera sottile fra quei due mondi stava perdendo consistenza e la sua esistenza non bramava più se non l’oscurità, il nulla.
Con dissacrante apatia, la governante lasciò cadere il pugnale, si accovacciò davanti a lei e osservò con una smorfia di eccitazione il suo volto sbiancato. L’afferrò da sotto le braccia per trascinarla in cantina e la sistemò accanto a una larga botola.
«È inutile che continui a tornare qui. Tutto questo sarà mio quando tua madre finalmente creperà!»

Emma Saponaro

La barriera sottile – parte seconda/3

(leggi la prima parte)

 

Congedatasi dalla villa, e risalita in auto, Rebecca non riusciva a staccarsi da tutto ciò che aveva respirato fino a un momento prima: il gelo, il grigiore di quell’incontro, respirato e trattenuto.
Spense il navigatore, sul quale aveva impostato l’indirizzo del suo ufficio, e decise di concedersi un giorno di libertà. Aveva un assoluto bisogno di alleggerire il proprio umore.
Estratto il tablet dallo zaino e individuato il paese più vicino, a pochi chilometri di distanza, si diresse lì.
Poche e minuscole case in pietra arroccate su un clivo la riportarono bambina, quando andava a far visita alla nonna materna, Iole, una donna moderna ed eccentrica per i suoi tempi, sempre elegante, con l’irrinunciabile colore nero dei vestiti che contrastava con la luminosità dei suoi occhi azzurri. Ancora giovane quando rimase vedova, aveva iniziato a viaggiare per conoscere il mondo. Nella sua casa, e specialmente nello studio, erano raccolti cimeli provenienti dai luoghi più sperduti della Cina e dell’India.
Rebecca lasciò l’auto ai piedi del paese e iniziò a salire, incuriosita.
Si erano fatte già le due e tra i vicoli angusti non riusciva a trovare un locale aperto, finché, voltando un angolo, si scontrò con una anziana signora che tratteneva a fatica tra le braccia delle bottiglie di vino.
«Oh mi scusi, signora, ero distratta e…»
«Per fortuna non sono cadute…» rispose l’anziana con un sorriso.
«Dia a me, l’aiuto.»
«Benedetta gioventù! Ma dove andrete con tutta questa fretta!?»
«Nessuna fretta,» rispose Rebecca ricambiando il sorriso, «posso approfittare della sua gentilezza per chiederle dove posso mangiare? Non conosco il paese e non riesco a…»
«Sono stanca e la strada, lo vedi da te, è tutta in salita. Quegli sciagurati non si sono degnati di accompagnarmi. Sai, conservo il vino buono in un grottino, ma è troppo distante per la mia età. Tu accompagnami a casa e io ti faccio assaggiare le tagliatelle più buone della tua vita.»
«Ma no, la ringrazio, non vorrei disturbare.»
«Nessun disturbo. Stiamo festeggiando il compleanno di mio marito e ho preparato talmente tanta roba che mi piangerebbe il cuore buttarla.»
Rebecca si ritrovò seduta a una grande tavola imbandita a festa, in compagnia di una decina di commensali. L’accoglienza di quella gente fu talmente genuina che il suo imbarazzo iniziale svanì in un attimo. Le tagliatelle della signora erano davvero squisite e le stava assaporando con un gusto che non ricordava da un bel po’ di tempo, dimenticandosi di quel velo tetro che aveva oscurato il suo umore, fino a quando un brindisi in suo onore la riportò col pensiero alla contessa. Così, pensò di approfittare dell’occasione per avanzare l’argomento.
«Conoscete per caso la contessa de Julis?»
All’improvviso cadde il silenzio, gli sguardi si abbassarono e Rebecca sentì tornare quella sensazione di gelo che l’aveva avvolta nell’atmosfera impenetrabile della villa.
L’anziana signora le si avvicinò, schiarendosi la voce e increspando le labbra.
«No, cara, nessuno la conosce, qui.»
Usciti dall’imbarazzo, i commensali ripresero a poco a poco ad animarsi, dal mormorio iniziale al chiacchiericcio festoso che si era temporaneamente interrotto.
Rebecca non aveva insistito, ma sentiva il bisogno di scrivere qualcosa. Non una cronaca, piuttosto avvertiva l’impulso di buttar giù le sue sensazioni.
Si alzò, ringraziando per la speciale e gradita ospitalità e si diresse all’uscita, seguita dall’anziana signora.
«Chi ti ha nominato quella persona là?»
«Oh, non fa nulla. Era solo una curiosità. Non ricordo se ho letto qualcosa su di lei o se qualcuno me ne abbia parlato», rispose in fretta Rebecca, torturandosi una ciocca dei capelli.
«Sii prudente, tieniti alla larga da quella casa.»
Lo sguardo interrogativo di Rebecca non trovò risposta; l’anziana abbassò gli occhi, voltò le spalle e richiuse la porta.

leggi il seguito…

La barriera sottile – prima parte/3

 

MAUROIn auto, Rebecca ripeteva a mente le frasi scambiate al telefono, quella stessa mattina, con la segretaria della contessa de Julis. Solo poche parole che avevano formulato un gelido e formale invito e lei, da brava giornalista, curiosa di sapere, di conoscere, non si era sottratta.
Uscì dalla città e percorse ancora per qualche chilometro la Statale 132. Le case si diradavano sempre di più e il verde dei prati era diventato lo sfondo dominante. All’odore dello smog si era sostituito quello dell’erba tagliata di fresco.
Un invito alquanto bislacco, misterioso, ma accettarlo era stata una buona idea, non foss’altro per allontanarsi dalla calura cittadina di quei giorni.
“A rri va ti  a  de  sti  na  zio  ne”, disse la voce meccanica del navigatore.
Rebecca rallentò e, individuata la villa, elegante e imponente, si avvicinò con circospezione.
Non ci fu bisogno di citofonare; una telecamera aveva annunciato il suo arrivo e il cancello già si stava aprendo, cigolante.
Le venne incontro la governante, una signora alta e robusta sulla cinquantina. Aveva indosso un vestito nero con sopra un grembiule bianco in pizzo Sangallo e i suoi capelli di un precoce grigio argento erano raccolti in uno chignon. Le indicò il parcheggio riservato agli ospiti e, una volta in casa, la fece accomodare in uno dei tre salotti del maestoso salone di rappresentanza, il preferito dalla contessa.
Il sole già alto aveva poco accesso in quella grande sala, filtrato da pesanti tende di velluto verde che cadevano generose sopra il marmo gelido del pavimento; in quel posto, sembrava di vivere nella cupezza impietrita dell’autunno.
Si respirava ordine ovunque lo sguardo di Rebecca si posasse. Non un accenno di vita vissuta, né un oggetto fuori posto. Le suppellettili erano indubbiamente originali ma insolite, bizzarre, e perfino illogiche. Nella teca sopra un treppiedi erano disposte con ordine militaresco tre file di gufi. Tutti uguali per forme e dimensioni.
Rebecca estrasse il registratore dallo zaino e, nell’attesa, cominciò a dettare qualche frase descrittiva dell’ambiente avvertendo, nel mentre, un sottile disagio.
Si udirono dei passi e preceduta dalla governante, che le aprì la porta, entrò lei, la contessa. Indossava un abito di pizzo bianco, lungo fino a toccare il pavimento. I capelli di un bianco candido, che scendevano morbidi a coprire l’intera schiena, erano stati spazzolati da poco. Si sedette su una poltrona di velluto ormai liso color oro. Volse lo sguardo da un lato e, senza ancora aver salutato la sua ospite, immediatamente si alzò di scatto avvicinandosi all’étagère di ebano per raddrizzare un libro, l’unico leggermente inclinato.
Tornata a sedersi, finalmente si rivolse a Rebecca e dopo i convenevoli di rito si decise a venire al punto.
«Si chiederà il motivo per il quale l’ho fatta venire fin qui, signorina…»
«Sì, non le nascondo che ci ho riflettuto, ma senza immaginare la risposta. Mi dica…»
«È arrivato il momento della verità. Anche stanotte, mia figlia si è messa in contatto con me. Mi ha detto che apparirà molto presto e spiegherà la causa della sua morte. Non ha pace, poverina. Lei pensa di poter esserci, vero? Si tratta solo di trascrivere ciò che ascolterà. Mia figlia rivelerà anche il nome del suo assassino, anche se io già so chi è stato, l’ho sempre saputo. Così potrà finalmente riposare in pace. Questo è tutto. Pensa di accettare l’incarico? Sarà ricompensata profumatamente.»
La contessa non le aveva concesso pause sufficienti per permetterle di rispondere o interloquire, ma per Rebecca questo non aveva alcuna importanza. Era sorpresa, naturalmente, ma impose a se stessa di rimandare ogni considerazione personale a un secondo momento. Finché era lì, doveva carpire più informazioni possibili. Nell’atmosfera misteriosa che la circondava, doveva pur nascondersi una traccia di verità, di una storia da raccontare.
«Mi dica contessa, ha pensato di consultare la polizia?» Disse Rebecca approfittando del silenzio improvviso.
La contessa si voltò di scatto; era la prima volta che la guardava negli occhi, ma subito fece scivolare lo sguardo verso il basso.
«Sono inaffidabili! Tutti mi credono pazza, ma è giunta l’ora della verità. Così dovranno crederci per forza. Vedranno chi è pazza davvero!»
In quel momento, la porta del salone si aprì ed entrò la governante, lanciando a Rebecca un sorriso ammiccante.
«Venga, contessa, non si stanchi. Dobbiamo prendere la terapia.» Poi, rivolta alla giornalista, le sussurrò: «La segretaria le spiegherà e penserà a ciò che le spetta per il disturbo.»

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Racconto finalista al Premio Walter Mauro (2013)

INTERVALLO – Messina, Libreria itinerante “Libertina”

Propongo il post dell’amico Luca Rota.

libertina1Libertina è una libreria itinerante per ragazzi ospitata in una roulotte che da Messina si sposta di città in città per tutta la Sicilia, al fine di diffondere la letteratura per ragazzi con un’offerta di più di 600 titoli, inclusi anche libri per bambini non vedenti (testi tattili, in alfabeto Braille o con il linguaggio in simboli Wls) o dislessici (con font e carta particolari).
Il progetto è nato nel dicembre 2014 da un’idea di Giovanni Mauritano, originario di Messina, un libraio di 47 anni proveniente dalle grandi catene Feltrinelli e Mondadori. Giovanni nelle sue esperienze in libreria ha sempre curato la sezione per ragazzi, e riprendendo l’idea dei vecchi cantastorie ha deciso di riportare la magia per strada affascinando i più piccini non solo con i libri ma anche con reading e laboratori letterari dedicati.

libertina2libertina3libertina4Cliccate sulle immagini per visitare la pagina facebook di Libertina (dalla…

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