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La barriera sottile – finale

(leggi parte prima e parte seconda)

Dopo una lunga passeggiata tra i vicoli di quel paese dimenticato da Dio, il cielo ormai prossimo al tramonto e l’aria frizzante convinsero Rebecca a recuperare la sua auto. Con il tablet in mano, non riusciva a scrivere una parola. Non riusciva ad estraniarsi dalle emozioni di quella giornata. Con gli occhi puntati sullo schermo ancora spento, ripensava a sua nonna, alle storie fantastiche che le raccontava di nascosto dei suoi genitori. “Posso raccontarle solo a te” diceva sempre, e lei non ne comprendeva il motivo, ma sapeva di dover tener ben segreto tutto ciò che la nonna le confidava. Era convinta che esistesse una città progettata dagli spiriti, e che esistessero universi paralleli che comunicavano tra loro; ma questa era una cosa troppo difficile da capire per una ragazzina, dunque le avrebbe spiegato tutto quando sarebbe diventata donna. Poi la nonna morì e Rebecca non seppe mai cosa intendeva rivelarle su quel mondo là. Eppure i ricordi le riaffioravano limpidi, e limpide le immagini delle reliquie in quella casa. Strani oggetti che assolutamente non dovevano cambiar di posto, mai, per nessun motivo. Ogni cosa doveva rimanere nella sua collocazione perfetta, benché apparentemente disordinata.
Il fragore di un tuono la destò dai suoi pensieri, dai ricordi, dalle domande senza risposta. Guardò in su, verso il cielo, perplessa. Nell’oscurità, brillavano le stelle, e in quella sfera infinita si abbandonò, dimenticando le paure dentro di sé, come l’impercettibile parte di un mondo incomprensibile.
Non recepiva più l’assurdità di quel boato, piuttosto ne intuiva il senso.
Doveva muoversi, doveva fare qualcosa.
Riattivò il navigatore sull’ultima destinazione. Stavolta parcheggiò sul ciglio della strada sterrata, a un centinaio di metri dalla villa.
Cercò un pertugio nel muro di cinta, ma non ve ne erano. Individuato un albero, si arrampicò e con l’aiuto di un ramo robusto riuscì ad arrivare fin sopra al muro. Lo percorse da vera equilibrista fino ad arrivare alla parte più bassa, da dove si lasciò scivolare a terra con sorprendente eleganza.
Al mattino non aveva notato la presenza di cani, quindi si avvicinò alla porta di casa con tranquillità.
Il salone era illuminato e le finestre erano aperte. Sbirciò attraverso le tende di velluto e vide la governante seduta su una poltrona, con il capo inclinato all’indietro. Un libro aperto sembrava stesse scivolandole dalle mani.
Rebecca non ci pensò due volte. Approfittando del momento scavalcò la finestra, ben attenta a non far troppo rumore.
Giunta fin quasi all’ingresso, udì un tonfo. Il libro era caduto dalle mani della governante che si svegliò all’improvviso. Nella penombra, Rebecca sgattaiolò in silenzio e si nascose dietro un mobile alto abbastanza da poterla coprire, un cupo orologio a pendolo. I rintocchi improvvisi che annunciavano la mezzanotte la fecero sussultare. Emise un grido che tentò inutilmente di soffocare.
La governante si guardò attorno, ripose con scrupolo e lentezza il libro nell’unico spazio vuoto che disturbava l’ordine compatto dei libri. Con altrettanta lentezza salì le scale per accertarsi che la contessa continuasse a dormire. Poi scese di nuovo al piano terra. Il respiro affannoso di Rebecca non accennava a rallentare. Avvertì un brivido gelido lungo la schiena, ma rimase immobile.
La donna le passò accanto, dandole le spalle, e subito dopo si bloccò. Era a un metro da lei. Con una mano si sciolse i capelli, sfilando la forcina di osso che ripose nella tasca del grembiule. Poi, di scatto, si voltò.
Lanciò uno sguardo algido che si posò direttamente su quello della ragazza. Un silenzio imperscrutabile dialogò per loro.
Rebecca fece appena in tempo a notare che la governante teneva un braccio dietro la schiena. Tentò di scappare, ma la donna l’agguantò per la gola con una mano, scaraventandola contro la parete, poi con un gesto rapido alzò l’altra in alto. Lo scintillio della lama rifletteva la luce del salone ancora accesa come lo scintillio degli occhi della governante rifletteva la furia che le montava in corpo.
Con violenza feroce, inflisse un colpo al ventre della ragazza, e dopo il primo un altro e un altro ancora.
Un dolore atroce, un grido straziante. Rebecca sentì il sangue sgorgare caldo al ritmo del suo cuore, le forze abbandonarla. Scivolò lungo la parete e si accasciò in una pozza rossa che si espandeva sempre più sul pavimento di marmo.
La barriera sottile fra quei due mondi stava perdendo consistenza e la sua esistenza non bramava più se non l’oscurità, il nulla.
Con dissacrante apatia, la governante lasciò cadere il pugnale, si accovacciò davanti a lei e osservò con una smorfia di eccitazione il suo volto sbiancato. L’afferrò da sotto le braccia per trascinarla in cantina e la sistemò accanto a una larga botola.
«È inutile che continui a tornare qui. Tutto questo sarà mio quando tua madre finalmente creperà!»

Emma Saponaro

La barriera sottile – parte seconda/3

(leggi la prima parte)

 

Congedatasi dalla villa, e risalita in auto, Rebecca non riusciva a staccarsi da tutto ciò che aveva respirato fino a un momento prima: il gelo, il grigiore di quell’incontro, respirato e trattenuto.
Spense il navigatore, sul quale aveva impostato l’indirizzo del suo ufficio, e decise di concedersi un giorno di libertà. Aveva un assoluto bisogno di alleggerire il proprio umore.
Estratto il tablet dallo zaino e individuato il paese più vicino, a pochi chilometri di distanza, si diresse lì.
Poche e minuscole case in pietra arroccate su un clivo la riportarono bambina, quando andava a far visita alla nonna materna, Iole, una donna moderna ed eccentrica per i suoi tempi, sempre elegante, con l’irrinunciabile colore nero dei vestiti che contrastava con la luminosità dei suoi occhi azzurri. Ancora giovane quando rimase vedova, aveva iniziato a viaggiare per conoscere il mondo. Nella sua casa, e specialmente nello studio, erano raccolti cimeli provenienti dai luoghi più sperduti della Cina e dell’India.
Rebecca lasciò l’auto ai piedi del paese e iniziò a salire, incuriosita.
Si erano fatte già le due e tra i vicoli angusti non riusciva a trovare un locale aperto, finché, voltando un angolo, si scontrò con una anziana signora che tratteneva a fatica tra le braccia delle bottiglie di vino.
«Oh mi scusi, signora, ero distratta e…»
«Per fortuna non sono cadute…» rispose l’anziana con un sorriso.
«Dia a me, l’aiuto.»
«Benedetta gioventù! Ma dove andrete con tutta questa fretta!?»
«Nessuna fretta,» rispose Rebecca ricambiando il sorriso, «posso approfittare della sua gentilezza per chiederle dove posso mangiare? Non conosco il paese e non riesco a…»
«Sono stanca e la strada, lo vedi da te, è tutta in salita. Quegli sciagurati non si sono degnati di accompagnarmi. Sai, conservo il vino buono in un grottino, ma è troppo distante per la mia età. Tu accompagnami a casa e io ti faccio assaggiare le tagliatelle più buone della tua vita.»
«Ma no, la ringrazio, non vorrei disturbare.»
«Nessun disturbo. Stiamo festeggiando il compleanno di mio marito e ho preparato talmente tanta roba che mi piangerebbe il cuore buttarla.»
Rebecca si ritrovò seduta a una grande tavola imbandita a festa, in compagnia di una decina di commensali. L’accoglienza di quella gente fu talmente genuina che il suo imbarazzo iniziale svanì in un attimo. Le tagliatelle della signora erano davvero squisite e le stava assaporando con un gusto che non ricordava da un bel po’ di tempo, dimenticandosi di quel velo tetro che aveva oscurato il suo umore, fino a quando un brindisi in suo onore la riportò col pensiero alla contessa. Così, pensò di approfittare dell’occasione per avanzare l’argomento.
«Conoscete per caso la contessa de Julis?»
All’improvviso cadde il silenzio, gli sguardi si abbassarono e Rebecca sentì tornare quella sensazione di gelo che l’aveva avvolta nell’atmosfera impenetrabile della villa.
L’anziana signora le si avvicinò, schiarendosi la voce e increspando le labbra.
«No, cara, nessuno la conosce, qui.»
Usciti dall’imbarazzo, i commensali ripresero a poco a poco ad animarsi, dal mormorio iniziale al chiacchiericcio festoso che si era temporaneamente interrotto.
Rebecca non aveva insistito, ma sentiva il bisogno di scrivere qualcosa. Non una cronaca, piuttosto avvertiva l’impulso di buttar giù le sue sensazioni.
Si alzò, ringraziando per la speciale e gradita ospitalità e si diresse all’uscita, seguita dall’anziana signora.
«Chi ti ha nominato quella persona là?»
«Oh, non fa nulla. Era solo una curiosità. Non ricordo se ho letto qualcosa su di lei o se qualcuno me ne abbia parlato», rispose in fretta Rebecca, torturandosi una ciocca dei capelli.
«Sii prudente, tieniti alla larga da quella casa.»
Lo sguardo interrogativo di Rebecca non trovò risposta; l’anziana abbassò gli occhi, voltò le spalle e richiuse la porta.

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Il sapore dolce del Salento

aaa TERRA MIA PAROLE PER STRADALacrime di pioggia rigano i vetri cupi del mio ufficio.
Dieci anni sono passati da quando vivo al Nord. Da allora, malgrado tentassi di chiuderlo fuori, il gelo si è insinuato in ogni parte di me.

Gente che va, gente che viene, gente che corre. Il brunch, gli aperitivi, la frenesia metropolitana che mi stordisce. A casa, la sera, chiusa la porta, il frastuono si dissolve nella malinconia che impertinente si svela e si esibisce.
Il Natale ormai prossimo mi regala nostalgici ricordi, profumi mai dimenticati, sapori che stridono con pasti fugaci e distratti.
Il trillo del campanello squarcia la tristezza. Sussulto, decido di allontanare il cruccio. Un pacco per me! Firmo e congedo il fattorino allungandogli la mancia.
Non posso aspettare, adagio il dono sul tappeto e m’inginocchio al suo cospetto. Osservo quella scatola che mi suggerisce la provenienza.
C’è ancora chi pensa a me!
Lo apro, guardo curiosa e sorrido. Un pesce di pasta di mandorle mi rivede bambina, quando mi era dato il privilegio di scegliere la parte migliore, la più morbida e ricca di marmellata, e il diritto di mangiare l’occhio del pesce, un chicco di caffè.
Li sento, ora, quei profumi. Profumo di terra rossa, quella terra che si estendeva nella campagna del nonno rivestita da ulivi.
Salento, terra che mai potrò dimenticare. Un sorriso desta il torpore.
 Accovacciata sul tappeto svestito, mi sono persa nel suo arabesco concentrata su una improbabile figura di pesce.
E il dolce della marmellata si aggrappa ai miei pensieri…

Emma Saponaro

Miniracconto scritto in 1500 caratteri e selezionato per l’antologia Parole per strada “Terra mia”. Ringrazio l’associazione  Il furore dei libri, per aver creduto in me in tre anni consecutivi. 

Il lotto di Gennaro

Racconto esercitazione del 2008

Cari amici, vi ricordate il bar di Gennaro?Pochi tavolini semi assolati nella piazza centrale di un paesino della costa amalfitana. Bar Grande Italia! Nome alquanto pretenzioso per un locale piccolo e semplice; tale e quale al suo titolare: Gennaro. Un uomo esile, tranquillo, timido, e molto metodico.
Alle 7 di ogni mattina, cascasse il mondo, alzava le saracinesche cigolanti del suo bar e con flemma apriva gli ombrelloni, liberando sedie e tavolini, giunte ormai al trentesimo anno di vita, dalle catene antifurto, anch’esse su per giù della stessa età.
Mi piaceva frequentare quel bar, specialmente la domenica mattina, quando non avevo alcun impegno. Mi sentivo completamente a mio agio. Sapevo che avrei trovato il solito giornale al solito posto e che non avrei dovuto sforzarmi di fare ordinazioni. Gennaro conosceva ciò che ogni cliente abituale poteva desiderare.
Alle 8, o giù di lì,  arrivava Lucia, sua moglie. Donna assai paziente. Lei era più moderna, più propensa a stare al “passo coi tempi”. Però questa dote purtroppo veniva vanificata dalla monotonia incorruttibile con cui Gennaro scandiva le giornate.
Billy, il loro adorato meticcio biondo, li osservava dall’esterno, proprio come un cane da guardia. Stava sempre lì, sdraiato all’ombra di un grande albero di limoni; e con la stessa pazienza del suo padrone, attendeva l’ora del pasto, l’ora dei bisogni e l’ora della chiusura del bar.
Gennaro era soddisfatto così. Non chiedeva nulla e nulla si attendeva dalla vita, anzi, ogni cambiamento lo terrorizzava. Neanche il bar aveva mai rinnovato; sempre lo stesso da trent’anni: bancone in formica rossa con bordo in alluminio.
Lucia ci aveva provato più volte a convincerlo a rinnovare il locale, ma ricevendo sempre e solo alzate di spalle, si era rassegnata. Gennaro odiava perfino i nuovi gusti di caramelle, le novità commerciali. Con la conseguenza che si era ridotto a vendere solo le classiche Saila e le Rossana, non c’era scelta. Era così, le novità gli scombussolavano tragicamente i punti di riferimento, la tranquillità.
Ricordo ancora nitidamente quel giorno in cui venne il sindaco. Non perché non venisse mai, non dico questo, ma perché era in veste di ambasciatore di una terribile notizia. Quel giorno, ricordo, era molto afoso e tutti eravamo molto stanchi e accaldati, tranne lui, Gennaro, che non perdeva mai il ritmo dei suoi movimenti tra gli scaffali delle bottiglie e la macchina del caffè, neanche con 40 gradi all’ombra! Però, dopo la notizia del sindaco, il clima cambiò, diventò funereo, e i movimenti di Gennaro, per la prima volta da quando lo conoscevo, subirono un vistoso e anche preoccupante rallentamento.
Avendo una certa confidenza, non esitai ad avvicinarmi al bancone non solo per informarmi di quale tremenda notizia si fosse trattato, ma anche con l’intenzione di confortarlo.
«Oh maronna mia. Ch’taggia ricere? A’ modernità, è arrivata a’ modernità. E je aggia mettere chelli strane machinette pe jucà o’ lotto! E’ fernuta a’ tranquillità».
In effetti, per un uomo come Gennaro, la notizia era tra le più tremende. E non c’era da stupirsi che rimanesse talmente sconvolto da trascorrere parecchie notti insonni. La scelta del suo locale per la ricevitoria del paese era inderogabile e obbligava così il povero Gennaro a calpestare i suoi principi fondati sulle storiche consuetudini. Oltretutto, e fatto non meno rilevante, doveva anche imparare a far funzionare quella stramaledetta, misteriosa e incomprensibile macchina tutta elettronica.
Quel giorno tanto odiato arrivò.
Dopo un corso di appena due ore, Gennaro si era ormai impadronito di quegli strani meccanismi che facevano funzionare la strana macchina. Da un giorno all’altro, e in maniera del tutto inaspettata, se non insperata, il suo volto assunse un nuovo aspetto; come quello di un bambino che impara il meccanismo di un nuovo giocattolo e riesce a farlo funzionare.
Anche nel bar c’era un altro clima, e questo non dispiaceva affatto a Gennaro.
Lucia, poi, era in grazia di dio.
C’era più gente. Alcune persone entravano per consumare, ma poi, o per curiosità, o per scaramanzia, giocavano qualche numero. Altre, al contrario, entravano per giocare e poi, con l’occasione, prendevano un caffè.
Non solo Gennaro era diventato abilissimo in quella nuova attività, ma si stava specializzando sempre più nella cabala e addirittura era il fidato e affidabile consulente dei clienti più affezionati. Lui stesso si divertiva a giocare insieme a Lucia. Ora Gennaro cominciava a pensare che, non sempre, ma qualche volta, le novità possono anche portare qualcosa di buono, ed era contento. Sì, contento, ma pur sempre ancora molto metodico!
Un giorno lui e Lucia, per celebrare l’anniversario dell’installazione di quella maledetta/benedetta macchinetta, giocarono ben 4 numeri per ricordare la data di inaugurazione: 12 maggio 2006, sulla ruota di Napoli.
E la sera, come al solito, accese la TV, attendendo con impazienza la pesca di quelle affascinanti palline.

Estrazioni del lotto: Napoli 12   5   20   6   87

«Oh maronna mia» ebbe la forza di esclamare, mentre pallido scivolava seduto a terra con gli occhi persi nel vuoto. Comportamento alquanto anomalo e fuori dai suoi stereotipi, ma era assolutamente giustificato. Una quaterna secca voleva dire così tanti soldi che neanche poteva immaginare. In vita sua non aveva mai avuto così tanta adrenalina che gli scorreva nelle vene. Era bellissimo percepire quelle sensazioni, e avrebbe voluto tornare indietro negli anni per affrontare qualche rischio pur di vivere con un briciolo di emozioni in più, ma ora erano davvero troppe e lo travolsero.
Lucia, sentendo il marito ansimare, accorse subito e, rendendosi conto di ciò che stava accadendo, si accasciò a terra anche lei, contribuendo a un coro ansimante. Arrivò pure Billy, che non capiva molto, però cominciò ad abbaiare e scodinzolare, leccando le guance di quei volti felicemente turbati.
I due sposi non avevano mai avuto sogni nel cassetto, non potevano immaginare una vita diversa, perché era il bar la loro vita. Passarono giorni e giorni a parlare e pensare a probabili sogni, e solo dopo tanto pensare trovarono d’amore e d’accordo la soluzione per i loro investimenti: migliorare la vita non abbandonando il lavoro.
Mi manca molto quel bar rassicurante e amichevole. Mi mancano i gesti di Gennaro e i cappuccini di Lucia. Mi mancano gli sguardi di Billy e mi manca anche il flipper anni ’60. Ora in piazza hanno aperto una di quelle enoteche che non si chiamano più enoteche, ma wine bar, dove puoi consumare un brunch o l’happy hours o un long drink e non so che altro. Gente incravattata, gelatinata e lampadata, che ti saluta a malapena e sempre di fretta perché “il tempo è denaro”. Sì, mi manca il bar alla vecchia maniera, quello in formica rossa. Ecco perché dopo due anni che non li vedevo, ho deciso di prendermi una vacanza e venirli a trovare.
Non ci crederete. Un posto da favola. Un locale magnifico in un grande bungalow, esotico e allegro, come allegri ora sono Gennaro, Lucia e pure Billy, che pare abbia trovato una cagnolina. Quei due, poi, lavorano a ritmo di musica e riempiono le pause a sbaciucchiarsi.
Appena mi hanno visto, non potete immaginare l’accoglienza. Sono davvero formidabili. Mi hanno offerto la loro specialità, “l’Amalfi”, un cocktail a base di limoncello, rum e menta. Lo sto sorseggiando proprio ora, mentre vi scrivo, seduto a bordo piscina. Dopo una bella nuotata è bello asciugarsi sotto il sole di Santo Domingo.

Emma Saponaro

Foto tratta dal web