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Vacanza romana

UNESTATEAROMAPlacare la spudoratezza, far tacere le grida isteriche, spegnermi, queste erano le priorità, e il sedativo fu la soluzione più immediata. Non avrebbe però domato il fermento, la ribellione contro quegli obblighi divenuti soffocanti come l’afa che si respirava in quei giorni a Roma.
Reagii all’oblio e scappai.
La fluidità del buio e la vaporosità delle gambe sospinsero il mio ardire verso un’alba sintetica, un bagliore al di sotto di una balaustra. Qualche passo e mi ritrovai in vetta a Trinità dei Monti. Meraviglia! Scesi i gradini barcollando come un marinaio reduce da una lunga burrasca. Ispirai gli effluvi dei fiori che cingevano la scalinata. La vista di Piazza di Spagna mi rincuorò. Proseguii per quelle scale molli, che sprofondavano sempre più, fino ad arrivare ai piedi della Barcaccia, dove persi i sensi.
Fui ridestata da una voce maschile dall’accento americano che mi porgeva insistenti domande. Poi, credendomi ubriaca, decise di salvarmi a modo suo. Non scorgendo alcun rischio, allentai le difese e in pochi istanti caddi in un sonno profondo che si protrasse fino all’indomani mattina, quando mi risvegliai a casa sua, non senza impaccio.
La lucidità emersa dalla sedazione non offriva più scusanti.
«Sono fuggita dal collegio. Almeno per un giorno, vorrei vivere come una qualunque ragazza della mia età».
La comprensione e la gentilezza di Joe, questo era il suo nome, mi rassicurarono. In sella al suo scooter, vagammo per la città, visitando il Colosseo, i Fori Imperiali, il Pantheon. Percepivo nel suo sguardo un imbarazzo che via via sfumò. Era meravigliato dalla mia meraviglia. Continuava a scattarmi foto con il suo iPhone per fissare la bellezza del mio stupore, disse. E io non mi sottrassi. Girò anche un video mentre infilavo la mano nella Bocca della Verità, chiedendomi se veramente fossi scappata dal collegio. Avvampai. Poi mentendo risposi sì.
A notte inoltrata mi riaccompagnò verso casa. Per non tradire, dovevo tornare. Pochi istanti e mi persi nel suo sguardo. Sapeva. Aveva capito. Eppure assecondò i miei desideri. In silenzio. Poi mi abbracciò sussurrando: «Tranquilla, le foto non le pubblicherò. Le terrò per me. Posso averti solo così». Lo ringraziai, lo baciai e m’incamminai verso l’ambasciata, trattenendo le lacrime e con un senso di oppressione nel profondo di me.
Ho amato la libertà di quel giorno: passeggiare al mio ritmo, mangiare il gelato tra la gente, sciogliere i capelli al vento.
Ho imparato a vivere, a sorridere, a flirtare.
Ho imparato a raccontarvi tante bugie, perché questa storia è inventata.
Non sono una principessa. E Joe non è Gregory Peck.

by Emma Saponaro

In occasione dell’evento Libri di Notte, pubblicato nell’antologia “Un’estate a Roma”, edito Giulio Perrone Editore